Si arriva, a volte, a un punto in cui sembra non esserci altra via che alzare le braccia e andarsene. Ma cambiare cielo basta davvero a cambiare vita?
Jun per iStock
Ti è mai capitato di pensarlo? Magari un lunedì mattina, o dopo l’ennesima giornata storta: basta, mollo tutto. Cambio città, cambio lavoro, cambio vita. Sparisco!
È una fantasia così diffusa da essere ormai quasi un genere a sé: i social sono pieni di chi ha “mollato tutto” per una baita in montagna o un chiringuito in spiaggia dall’altra parte del mondo.
È qualcosa a cui ho ripensato in questi giorni, mentre ricorrevano i cento anni dalla morte di Harry Houdini e preparavamo lo speciale a lui dedicato qui su Lucrezio. In fondo, il segreto del suo fascino era tutto qui: davanti a folle intere “spezzava” catene, usciva da celle sprangate, si liberava da qualunque prigione e costrizione. Vendeva, in fondo, la nostra fantasia più antica: l’idea che da qualsiasi vincolo, prima o poi, ci si possa liberare.
Ma che cosa c’è davvero dietro una frase come: “mollo tutto”?
Una cosa sola
Prima di tutto bisogna riconoscere che quasi mai desideriamo lasciare sul serio la nostra vita. Quello che vogliamo lasciare è un peso preciso: un lavoro che non ci somiglia più, un ritmo che ci schiaccia, una relazione, una città che ci sta stretta...
Il “mollo tutto” è spesso un’etichetta generica che incolliamo sopra un bisogno molto specifico, forse anche per nasconderlo a noi stessi. Ecco, allora, che anziché comprare un biglietto di sola andata per Acapulco, forse conviene guardarsi allo specchio e chiedersi con onestà: che cosa, esattamente, vorrei lasciarmi alle spalle?
Spesso, sarà sufficiente riflettere un momento per rendersi conto che la risposta non è quasi mai “tutto”, ma una cosa in particolare. E una cosa sola si può affrontare. Al limite, anche più di una, se ne affrontiamo una alla volta e non ci lasciamo soverchiare.
E poi, è sempre una buona idea, in questi casi, provare a dare un’occhiata anche a quello che pensava chi è venuto prima di noi.
Non basta cambiare il cielo
Il poeta romano Orazio, per esempio, metteva in guardia chi crede di risolvere ogni cosa partendo: «Caelum non animum mutant qui trans mare currunt». Come dire: chi corre di là dal mare cambia il cielo sopra la propria testa, non l’animo.
E Seneca, scrivendo all’amico Lucilio, che si era illuso di essersi lasciato alle spalle l’inquietudine mettendosi in viaggio, era altrettanto deciso: «Animum debes mutare, non caelum», devi cambiare l’animo, non il cielo.
Qual è dunque il problema? Semplice, ovunque andiamo c’è qualcosa che ci porteremo sempre appresso: noi stessi. La fuga geografica seduce proprio perché sembra indolore, cambi scenario e credi di avere cambiato vita. Ma l’inquietudine, se non la guardi in faccia, sale in aereo con te.
E Houdini? C’è qualcosa che la sua esperienza ci potrebbe ancora insegnare?
La lezione di Houdini
Il celebre mago non fingeva di volare via: le catene, le manette, le prigioni le affrontava, una per una, e ne usciva. Ma ne usciva per tornare poi, davanti agli altri, un po’ diverso da com’era entrato. Questa è una differenza che può valere anche per noi.
C’è effettivamente un “mollo tutto” che è pura sparizione, però dobbiamo riconoscere con onestà che equivale a una resa. Per fortuna, esiste anche un’altra possibilità, che corrisponde a una liberazione vera: non si tratta di abbandonare il mondo, forse è sufficiente togliersi di dosso qualche catena di troppo e riprendersi un po’ di spazio. È una soluzione che non richiede di cambiare continente, ma di cambiare qualcosa che non funziona.
Forse è proprio questo il vero sogno che si nasconde dietro all’idea di mollare tutto: vogliamo sentirci nuovamente liberi di scegliere, non vogliamo scomparire per davvero. Facile a dirsi, ma si può fare?
La buona notizia è che, per cominciare, non serve infilarsi in un bidone sigillato e pieno d’acqua o in una cassa gettata nel fiume, come faceva Houdini: sono sufficienti alcune piccole evasioni, ben mirate. Lui stesso, del resto, lo dimostrava ogni sera: la meraviglia autentica che suscitava nel pubblico non nasceva dal suo imprigionamento, ma dal fatto che poi riemergeva sudato, stanco, distrutto a volte, ma libero.
P.S. Tra le catene più pesanti del quotidiano ce n’è una di cui si parla poco: la stanchezza cronica, quella che ci lascia senza energie e senza tempo per ciò che conta davvero. Liberarsene è forse il primo, piccolo “mollo tutto” che possiamo concederci. Se vuoi qualche spunto concreto, con il filosofo Massimo Pigliucci abbiamo preparato un breve corso gratuito: «3 lezioni per smettere di essere stanchi», dove troverai alcune idee pratiche per recuperare lucidità ed energie.
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Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.
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