Un maestro racconta un maestro: James Randi e l’evasione dal Bidone del latte, dove l’abilità conta meno della capacità di trasformare una buona idea in un miracolo
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È un vero piacere, per me, condividere per questo speciale di Lucrezio dedicato a Houdini un intervento di una persona straordinaria. Ho avuto l’onore e il piacere di avere James Randi (1928-2020), il grande indagatore di misteri, illusionista, scrittore, divulgatore e campione della razionalità, come maestro e mentore, oltre che come una delle persone più care che mi hanno accompagnato per un bel pezzo della mia vita. Con lui parlavamo spesso di Houdini, che aveva rappresentato il suo modello da ragazzo, e Randi poteva condividere uno sguardo molto speciale su di lui.
James Randi, con un calco del busto di Houdini alle spalle, mostra l'assegno da 10,000 dollari: la sua prima "sfida" a sensitivi, medium e occultisti.
Non solo è stato un grande studioso della vita di Houdini (bellissimo il suo e di Bert R. Sugar Houdini. His Life and Art, Putnam, 1976): lui stesso è stato forse il più grande escapologo del ventesimo secolo dopo Houdini. Il suo sguardo, dunque, era quello di un professionista che poteva vedere dietro le quinte e vivere in prima persona lo stesso tipo di esperienze vissute da Houdini. Ascoltarlo parlare di Houdini, dunque, rendeva ogni cosa tridimensionale.
Quando ho iniziato a lavorare sul mio primo libro dedicato a Houdini, Randi, con la sua abituale generosità, mi ha condiviso tantissimo materiale, compreso questo suo intervento in cui racconta una delle invenzioni più emozionanti di Houdini: l’evasione dal Bidone del latte. Lascio dunque la parola a Randi, sicuro che saprà incantare anche voi così come faceva ogni volta con me.
Massimo Polidoro
Nei primi mesi del 1908 Harry Houdini compì uno di quei balzi che, di tanto in tanto, segnavano la sua carriera e annunciavano un modo tutto nuovo di intendere l’arte della fuga. Da quel momento superare se stesso sarebbe diventato sempre più arduo: in un mestiere che divorava idee a ogni stagione, con la stessa voracità con cui le produceva. E la svolta arrivò con quello che i manifesti presentavano come il più emozionante e sbalorditivo dei suoi numeri: l’evasione dal Bidone del latte.
Houdini e il suo bidone del latte
Scrivo per una generazione che, con ogni probabilità, un vero bidone del latte non l’ha mai visto, se non trasformato in portavasi o in contenitore per cianfrusaglie nelle case di periferia. Fanno eccezione, naturalmente, i lettori che un oggetto simile lo conoscono bene, perché nella vita di campagna serve ancora a ciò per cui era nato: contenere il latte durante il trasporto ai centri di raccolta. Ma quel bidone somiglia solo alla lontana a quello che Houdini rese celebre come una spaventosa trappola mortale, buona a far rabbrividire il pubblico.
L’oggetto vero è un cilindro dalle pareti dritte, oggi di solito in acciaio inox, capace di una decina di galloni (circa 38 litri negli Stati Uniti, 45 nel Regno Unito, n.d.t.): un orlo inclinato che si restringe in un collo diritto, chiuso da un coperchio leggermente a cupola che sigilla il contenuto. Il bidone di scena di Houdini era, per forza di cose, molto più grande, con un collo abbastanza largo da lasciarlo entrare per intero. Ma aveva anche una differenza strutturale decisiva: era svasato, più stretto in alto e più largo verso il pavimento. Serviva a due scopi importanti. Primo, il peso: un palcoscenico regge solo un certo carico, e più il bidone era conico, meno acqua conteneva e meno pesava alla fine. Come Houdini avrebbe scoperto più avanti, quando mise a punto la ben più pesante Cella della Tortura dell’Acqua, a volte era necessario installare martinetti regolabili sotto il palco, proprio nel punto in cui poggiava l’attrezzatura di scena. Secondo, se qualcuno avesse immaginato che la parte esterna e visibile del bidone fosse solo un manicotto da infilare e sfilare per consentire la fuga, la svasatura rendeva quella soluzione praticamente impossibile.
Una locandina di Houdini per la fuga dal Bidone del latte.
La presentazione era di straordinaria teatralità. Mentre gli assistenti, in cerata e stivaloni di gomma, riempivano il bidone portando acqua a secchiate da dietro le quinte, alcuni spettatori chiamati sul palco potevano ispezionarlo e percuoterlo a piacimento. Si convincevano così che gli occhielli delle cerniere erano saldati ben saldi ai fianchi, che lo spesso acciaio zincato era davvero impenetrabile e che il coperchio, massiccio, non nascondeva alcun inganno. Intanto Houdini, che dietro le quinte aveva indossato un costume da bagno, si calava nel bidone e vi scivolava dentro in fretta, mentre il grande orologio sul palco iniziava a contare i secondi. Il coperchio non era ancora al suo posto che già il pubblico veniva invitato a trattenere il fiato, nell’istante in cui il mago spariva sotto la superficie. Entro trenta secondi molti lasciavano uscire l’aria di scatto, immaginando che, al posto di Houdini, l’annegamento avrebbe già contato un’altra vittima.
Houdini riaffiorava appena, giusto il tempo di un respiro rapido e affannoso, e subito si re-immergeva. Si aggiungeva in fretta altra acqua, a rimpiazzare quella traboccata durante la prova; gli assistenti calavano il coperchio, chiudevano tutti e sei i lucchetti e, mentre indietreggiavano, un paravento velato scendeva a coprire il bidone. L’orchestra attaccava le note sonore di Asleep in the Deep (“Addormentato nelle profondità”). E il miracolo si compiva.
Il pubblico fissava l’orologio che sgranava i secondi mentre Houdini lottava per sfuggire a quella prigione d’acqua. Immaginate gli spettatori quando le lancette raggiungevano il punto in cui loro stessi avevano sentito il bisogno irresistibile di respirare. E immaginate lo sgomento quando passava perfino il momento in cui lo stesso Houdini aveva dovuto riemergere per un respiro. Una trentina di secondi più tardi le tende si muovevano, poi si fermavano. Si muovevano ancora, ed ecco Harry Houdini uscire barcollando da dietro il paravento, che a quel punto si sollevava del tutto, mostrando il bidone del latte esattamente dov’era stato lasciato, con i lucchetti al loro posto. Solo che, in qualche modo, aveva liberato il suo prigioniero.
Dire che il pubblico impazziva sarebbe poco. Fred Keating, cui devo questa descrizione, raccontava che gli assistenti dovevano precipitarsi ai lati del palco per trattenere gli spettatori più esagitati, così travolti dalla scena da sentirsi in dovere di lanciarsi verso Houdini. La sua vittoria era totale: ancora una volta quell’ometto aveva guardato in faccia la morte e l’aveva battuta.
Houdini dentro il Bidone del latte, pronto per la sua fuga.
Pensate al prodigio che riusciva a costruire. Un bidone d’acciaio ispezionato in ogni centimetro, riempito d’acqua; lui che vi si calava dentro senza nemmeno un respiro profondo, perché respirare a fondo, nella posizione fetale che doveva assumere per entrarvi del tutto, era impossibile; il coperchio fissato con sei lucchetti presi in prestito; e lui lasciato solo, dietro un velo, a cavarsela come poteva. Una scena che nessun testimone poteva, o voleva, dimenticare. Non stupisce sentir parlare di uomini robusti che piangevano di sollievo quando Harry Houdini riappariva da dietro le tende, tra gli applausi.
Oggi siamo abituati al delirio che una giovane generazione può riservare a una rockstar coperta di lustrini, il cui unico tratto distintivo magari è l’abito di scena o qualche trovata congegnata ad arte da un ufficio stampa strapagato. Ma molti anni prima che la cacofonia diventasse lo standard della musica moderna, un ometto dagli occhi d’acciaio e dal sorriso magnetico compiva prodigi come questo, lasciando senza parole un pubblico i cui gusti venivano travolti dall’impossibile fuga dal bidone del latte. Quel risultato era frutto di anni di lavoro, di coraggio e di una fiducia assoluta in se stesso, non il semplice effetto di un battage pubblicitario. Lui era l’originale, un eroe destinato a durare. E lo dimostrava ogni sera.
Quando Houdini portò finalmente in scena, davanti al pubblico, la sua evasione dal bidone del latte, dietro c’era, com’è ovvio, una lunga e meticolosa preparazione, tanto meccanica quanto psicologica. Come in tutti i suoi numeri, la meccanica era soltanto uno strumento: il resto era mestiere teatrale e “messa in scena”, ciò che trasforma una buona idea in un miracolo di prima grandezza.
Il fascino del bidone del latte stava tutto nel pericolo apparente che accompagnava ogni singolo tentativo. Sembra che il pubblico non riflettesse mai sul fatto che difficilmente un uomo rischierebbe un esperimento potenzialmente mortale due o tre volte al giorno, settimana dopo settimana. Il che non significa che il numero non avesse davvero le carte in regola per diventare l’ultimo della sua vita: tutt’altro. Sarebbe bastato un piccolo errore, un calcolo sbagliato dei tempi, un improvviso colpo di tosse o una minima distrazione degli assistenti per mettere Houdini in pericolo serio e mortale.
Anche così come veniva presentato, l’effetto finale era di grande drammaticità. Quando il sipario si apriva, gli spettatori si trovavano davanti un cupo cilindro di metallo, identico all’illustrazione che li aveva attirati dai tanti manifesti affissi in città prima dell’arrivo del mago. Ed erano proprio quei manifesti a produrre buona parte dell’eccitazione, quando il pubblico vedeva dal vivo l’oggetto raffigurato accanto alla frase agghiacciante: “Fallimento significa morte per annegamento”.
Un'altra, claustrofobica locandina per la fuga dal Bidone del latte.
Fino al momento in cui il bidone compariva sul palco, naturalmente, si era fatto un gran discutere su che cosa sarebbe stata davvero l’esibizione. La pubblicità diceva chiaramente che sarebbe stato riempito d’acqua, e fiorivano le teorie più diverse sul modo in cui il mago avrebbe evitato di annegarci dentro. I problemi, in effetti, erano due: primo, uscire dal bidone; secondo, farlo nel poco tempo concesso da un respiro. Il coperchio andava fissato con sei lucchetti comuni, procurati sul posto da un qualsiasi commerciante, che ne tratteneva le chiavi. E non era tutto.
Il coperchio aderiva perfettamente al collo, e se la presenza dell’acqua pareva porre solo il problema della sopravvivenza del mago, in realtà gliene creava uno ancora più grande: qualunque tentativo di aprire il bidone dopo l’ingresso avrebbe scatenato una cascata d’acqua, tradendosi subito con l’allagamento del palco da dietro le tende.
E attenzione: di bidoni del latte ne esistevano diversi modelli. Due erano esposti alla Houdini Magical Hall of Fame (“Galleria della Magia”) di Niagara Falls, in Canada, entrambi di proprietà di Mr. Sidney Radner di Holyoke, Massachusetts, che li ha concessi in prestito. Uno ha semplicemente sei occhielli con cerniera a fare da fermo: è il modello base. L’altro, oltre agli occhielli, monta due robuste serrature ricavate nel collo, ciascuna da sola sufficiente a bloccare il coperchio, perché fa scattare un chiavistello d’acciaio in un alloggiamento del coperchio stesso (oggi un esemplare del Bidone è esposto all’American Museum of Magic di Marshall, nel Michigan, n.d.t.).
La locandina di James Randi per la fuga dal Bidone del latte.
Devo aggiungere che l’Evasione dal Bidone del Latte l’ho eseguita anch’io, alla maniera di Houdini e con lo stesso bidone che usava lui, il primo dei due descritti sopra, cortesemente prestatomi da Sid Radner. Di spiegazioni sul funzionamento del numero ne ho viste parecchie in giro, e alcune non meritano nemmeno una smentita, tanto sono ridicole. Una di queste, furbesca, sostiene che il bidone si aprirebbe all’altezza dell’orlo inclinato, sfilando verso l’alto la parte superiore; e ne viene fornita perfino l’illustrazione. Per fortuna il disegno non indica il livello dell’acqua: altrimenti il lettore capirebbe da sé che una dozzina di galloni allagherebbero la buca dell’orchestra nell’istante stesso in cui il bidone venisse aperto.
Non so descrivere fino in fondo la sensazione che si prova nel momento in cui si tira quell’ultima boccata d’aria e gli assistenti spingono il coperchio d’acciaio al suo posto. Piegato in due, le braccia strette intorno alle gambe raccolte, la testa verso il fondo, mi sentivo un perfetto idiota per aver accettato l’esperimento; e mentre il suono terrificante dei lucchetti che scattavano uno dopo l’altro mi risuonava nelle orecchie, provai quel lieve senso di panico che accompagna di certo chiunque in un momento simile. Aspettavo, con i polmoni sul punto di scoppiare, le prime note dell’orchestra: il segnale che potevo cominciare a lottare per uscire. Fu la musica più dolce che avessi mai sentito.
Alla fine emersi da dietro le tende, come Houdini aveva fatto tante e tante volte prima di me. E sentii in pieno la portata del genio di quell’uomo: nel progettare lo strumento e, insieme, nel prevedere l’effetto travolgente che avrebbe avuto sul pubblico. Fu uno dei momenti più commoventi della mia vita. Il segreto del bidone del latte, come il segreto di ogni trucco di Houdini, sta nella presentazione nel suo insieme, e solo in minima parte nel meccanismo che lo rende possibile.
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Grazie per sostenere Lucrezio anche in questo modo.
James Randi (1928-2020) è stato uno dei più celebri illusionisti del ventesimo secolo, oltre che il più importante indagatore di misteri e smascheratore di frodi paranormali.
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