Gli atomi di Lucrezio sono tra di noi
FILOSOFIA

Gli atomi di Lucrezio sono tra di noi

Contro la paura e la farsa, il pensiero modernissimo del poeta e filosofo romano come antidoto e compagno di viaggio per una nuova avventura della conoscenza

Claudio Sforza

Gli atomi di Lucrezio sono ancora qui, tra di noi. Forse non quelli del suo corpo materiale, ma certamente quelli della sua mente. Vagano pressoché inascoltati da secoli e raccontano la meraviglia di un universo (anzi, un pluriverso per il grande poeta latino) che non ci stava aspettando, che non è fatto per noi, ma con il quale condividiamo una lunghissima storia di aggregazioni e disgregazioni, nel ciclo infinito delle morti e delle nascite. Per questo il De rerum natura fu censurato, maledetto, la sua memoria dannata, il testo spinto nell’oblio per quindici secoli, l’autore (di cui non sappiamo quasi nulla) oltre che le idee vituperato, odiato, messo all’indice. Ma quando nel 1417 l’umanista, copista e insaziabile curioso Poggio Bracciolini ritroverà il manoscritto, nell’abbazia benedettina di Fulda, esploderà il Rinascimento e quelle idee innerveranno di ispirazioni la scienza moderna.

Così in molti per la prima volta lessero con stupore che siamo fatti della stessa materia delle stelle, degli oceani e di tutti gli altri esseri terrestri, che siamo liberi dentro questa appartenenza, che c’è l’energia di Venere nel comprendere il mondo, noi stessi, la natura delle cose. Gli dèi invece improvvisamente sono muti, immobili e nullafacenti. Lucrezio è più che un classico: è uno scandalo. Lo scrive lui stesso: sto per annunciarvi cose inaudite.

Nel 50 a.C., forse nella splendida Villa dei Papiri di Ercolano, decise di raccontare la sua rivoluzione di pensiero non con un trattato pedante, ma con un poema di potenza straordinaria. Questa commistione di retorica, composizione metrica e filosofia lo rende persino immune agli anacronismi. Lucrezio non ha semplicemente anticipato la modernità (si pensi all’atomismo, ripreso da Leucippo, Democrito ed Epicuro), ma è un nostro contemporaneo. Le sue descrizioni del vuoto, precondizione del movimento libero degli atomi, sono citate con ammirazione dai fisici che oggi indagano le frontiere della meccanica quantistica e della cosmologia.

Nel 2020 in molti abbiamo riletto il finale, apparentemente provvisorio, del suo capolavoro: il racconto della peste di Atene del 430 a.C. Vi abbiamo trovato le stesse paure, le dinamiche sociali, le incertezze della scienza, un nemico invisibile alle porte. Sembrava che Lucrezio stesse descrivendo esattamente il nostro dramma. Nel poema leggiamo di animali che escono dai nascondigli, mentre gli uomini muoiono sotto il sole. La peste venne in città da lontano e colse tutti impreparati. Nel 430 a.C. i saggi insegnavano che il morbo era portato da semi letali che si addensavano nell’aria nociva e nell’acqua putrida. Sempre che non si addossassero le responsabilità a un capro espiatorio, al soldato nemico, pratica prediletta nell’agorà e nelle bettole. Quel flagello però sembrava nuovo. Come tutte le altre volte. La peste è sempre nuova.

Avuta notizia della pestilenza, persino le armate nemiche che dal Peloponneso imperversavano nella regione si ritirarono. L’effluvio di morte non fu arginato né dalle suppliche nei templi né dal ricorso agli oracoli. Dopo otto o nove giorni, misericordiosa giungeva la fine sui volti pallidi, le narici serrate, gli occhi infossati. I cronisti riportano che la medicina balbettava in silenzioso timore, sicché esperti o profani che fossero, tutti dicevano la loro su cause e rimedi. I dotti si contraddicevano e si punzecchiavano, tronfi e narcisi. Intanto per la città i cadaveri giacevano insepolti e nemmeno gli animali li toccavano. Il morbo dava sintomi diversi da persona a persona, e qualcuno sopravviveva, diventando immune. La vita sociale era interrotta. Ai primi segni del male si era presi dalla disperazione. I funerali andavano deserti per le vie. I più nobili d’animo - i soccorritori, gli infermieri, i volontari - continuavano a fare semplicemente il loro mestiere, e a infettarsi. Dalle campagne affluivano i contadini disperati e affamati, ammassandosi nei tuguri e peggiorando l’epidemia. Nemmeno la religione fu più di conforto, dinanzi alla paura e al dolore presenti. Finché, al punto più basso di abbruttimento, anche il rito atavico della sepoltura fu sospeso: ciascuno angosciato seppelliva il suo caro come poteva o lo gettava sulle pire degli altri. Tutto ciò vi ricorda qualcosa?

Siamo vulnerabili perché la natura è indifferente alle nostre sorti, non ha fini né intenzioni, né castighi né perdoni: lezione lucreziana che ancora facciamo fatica ad accettare. Tanto è vero che tra i ricorsi storici, narrati da Lucrezio, c’è anche la fretta dell’oblio: quando finalmente il flagello se ne va, festeggiano tutti e comincia subito il tempo della rimozione e dello stordimento (come scrive anche Albert Camus nell’ultima pagina de La Peste). Si torna uguali e peggiori di prima. Ma è un’allegria sempre minacciata, mentre il morbo si muove silenzioso verso un’altra città che si crede felice. Vi ricorda qualcosa?

Questo è Lucrezio, un compagno di viaggio per il futuro. Nel De rerum natura propone un parallelismo geniale tra atomi e lettere, tra vuoto e interpunzioni. La natura si esprime in un linguaggio, in una logica combinatoria, nel gran libro del mondo scritto in caratteri geometrici, dirà poi Galileo. Inoltre, essa non è il palcoscenico inerte nel quale ci muoviamo, ma è costantemente costruita e ricostruita, anche da noi. Lucrezio, alieno a ogni fatalismo, ci insegna che la specie umana deve i suoi successi al fatto di avere sfidato incessantemente l’ambiente. Gli stadi apparentemente “naturali” del progresso umano sono in realtà il frutto di accidenti storici e non di un disegno. La storia umana si fa nell’andare, non è già scritta.

Compone versi stupendi sulla fatica degli agricoltori, sul sudore del lavorare la terra, sulla nostra lotta perenne contro gli elementi. E appena allentiamo la presa, i rovi avanzano di nuovo, il calore brucia i campi, le piogge improvvise devastano le stalle, le gelide brine e le raffiche di vento sconquassano le opere degli umani. Siamo da sempre un po’ contronatura, in questa battaglia per la sopravvivenza.

In ogni caso, nota il poeta, il nostro mondo adesso è vecchio e stanco. La giovinezza gagliarda è passata. Il progresso è dunque relativo, instabile, imprevedibile, incerto. È una sfida incessante, non una consolazione. Del resto, e qui è di nuovo geniale in modo sorprendente, anche l’universo fisico è vecchio. “Le mura del vasto mondo, espugnate, finiranno in rovina e in corrotte macerie” (Libro secondo, 1144-1152). Ci sono infiniti mondi in evoluzione, là fuori, e il nostro ha già percorso un lungo cammino. Nella finitudine di tutte le cose, la staffetta passerà a qualcun altro. In questa caducità, c’è un messaggio di umiltà che faremmo bene a ricordare.

Certo questa dottrina è dura da ingoiare, come acre assenzio. Sembra troppo tetra per l’animo umano e proprio per questo va addolcita con il miele della poesia. Ma la forza di Lucrezio è che non si arrende mai al nichilismo e alla rassegnazione. Al contrario, ci sprona alla conoscenza, alla curiosità, a fare tesoro dello spicchio di tempo che ci è concesso, senza diventare schiavi delle paure. Nella nostra inquietudine, siamo effimeri cercatori di senso. Ma ne siamo consapevoli. La ragione ci suggerisce che si daranno il cambio le generazioni dei viventi e si passeranno “la fiaccola della vita” (Libro secondo, 72-79). Si perderanno ogni volta il tessuto e le trame dei corpi, ma le loro componenti minime sopravvivranno e torneranno ad aggregarsi. Ci saranno altre rinascite, dopo di noi. Emancipati da timori vani e superstizioni, da autorità fasulle e da provvidenze, dediti a sobrietà e frugalità, il clinamen - l’impercettibile deviazione casuale degli atomi - ci lascerà sempre liberi. Se la natura è scritta in un linguaggio, allora possiamo decifrarla e comprenderla, sfidando l’ignoto. Siamo fragili e mortali, ma lo siamo tutti, quindi abbiamo qualcosa in comune su cui fondare una vera solidarietà umana.

C’è sempre uno scarto negli atomi che può farci ribellare alle ingiustizie, a non considerarle ineluttabili, come i cavalli che scalpitano - scrive Lucrezio - dietro le sbarre che stanno per aprirsi. Siamo padroni del nostro destino, nel bene e nel male. Dentro un cosmo indifferente che non ci detta alcun destino, possiamo sceglierci la nostra strada e sostituire l’ignoranza cattiva dei pregiudizi con l’ignoranza buona di chi sa di non sapere e dunque si imbarca in un’esplorazione senza fine. Come leggiamo nel primo stasimo dell’Antigone di Sofocle: “L’esistere del mondo è uno stupore infinito, ma nulla è più dell’uomo stupendo”. Dove stupendo è il deinòs greco, il terribile unito al mirabile, nell’eterna ambivalenza umana.

Il Premio Nobel per la Fisica del 1979, Steven Weinberg, diceva che «lo sforzo di capire l’universo è tra le pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità della tragedia». In questi tempi in cui la farsa ci sovrasta e la stupidità umana ci fa ondeggiare sull’orlo del baratro, Lucrezio è l’antidoto. Non può esserci dunque viatico migliore per una nuova avventura della conoscenza che battezzarla con il suo nome!

Sì, gli atomi di Tito Lucrezio Caro sono ancora tra di noi.

Telmo Pievani e Massimo Polidoro
© Claudio Sforza
L'evoluzionista Telmo Pievani e Massimo Polidoro, direttore di "Lucrezio".

Telmo Pievani

Telmo Pievani

Filosofo della scienza, evoluzionista, saggista e direttore editoriale di Lucy sui mondi. È una firma del Corriere della Sera e altre testate. Il suo ultimo libro, firmato con Giuseppe Remuzzi, è Se non c'eri non c'ero (Solferino Editore, 2026).