Come parlare della morte senza esserne travolti? Armando Buonaiuto, curatore di "Torino Spiritualità", ha scritto per noi un racconto intimo che dà spazio agli assenti per ritrovarli nei gesti e nelle parole di chi resta. Grazie anche alla letteratura, alla poesia e a un Death Café con seicento persone
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Mio padre è morto durante la seconda ondata di Covid. Aveva la leucemia, e quando fu chiaro che non c'era più molto da fare, espresse il desiderio di morire a casa. È morto invece in ospedale, una domenica pomeriggio. Il lunedì avremmo attivato le cure palliative a domicilio.
Ripensandoci, mi accorgo che per molto tempo la sua morte ha assunto nella mia memoria soprattutto la forma di una scomparsa. Il Covid aveva interrotto quella continuità di presenza attraverso cui, per quanto dolorosamente, accompagniamo qualcuno verso la fine. Un giorno mio padre era ancora nel mio orizzonte, con il suo corpo e la sua voce, e poco dopo era dall'altra parte di una porta che non potevamo varcare. Infine, non c'era più.
Quando, nel 2023, decisi di dedicare Torino Spiritualità alla morte e scelsi come titolo Agli assenti, quella formulazione arrivava direttamente da lì: dal modo repentino di sparire che avevamo conosciuto durante la pandemia, quando perfino i rituali del distacco erano diventati impossibili.
Dopo la morte di papà mi sono trovato tra le mani una domanda senza risposta: che cosa avrà provato mentre si avvicinava alla fine? Paura? Sollievo? Il desiderio di qualcuno accanto? A turbarmi non era soltanto il non essere riuscito ad apparecchiare per lui la morte "domestica" che desiderava, ma essere stato il testimone mancato del suo morire.
Probabilmente è per questo che, pochi giorni dopo, rileggere I due autisti di Dino Buzzati mi ha travolto. Buzzati segue in automobile il furgone che trasporta il corpo di sua madre verso il cimitero di Belluno e ipotizza di che cosa stiano parlando i due uomini seduti alla guida: del caldo, delle trattorie, del calcio... Quelle chiacchiere gli diventano insopportabili perché nella sua immaginazione si tratta delle ultime voci umane che la madre potrà ascoltare, e non sono le voci dei figli. Da lì riaffiora implacabile il ricordo delle mattine in cui lei, dal letto, gli domandava se sarebbe tornato a pranzo e lui, preso da altri impegni, diceva "forse", ma poi non tornava. Eccolo qui il rimorso che punge quando rimediare non è più possibile.
Certo, la mia storia è diversa, eppure mi sembra di trovare in Buzzati il mio stesso disagio: che nel momento in cui una persona amata lascia la vita, ci sia qualcun altro accanto a lei, e non noi. Nel nostro caso erano medici e infermieri, persone solerti alle quali essere grati, ma pur sempre degli estranei. Estranei ai quali sono toccati gli ultimi gesti e le ultime parole di mio padre, mentre a me non resta che fare ipotesi.
È stata questa impossibilità di sapere a far crescere in me il bisogno di cercare nei libri. Quando sono in mezzo al dolore mi accade spesso che alcune pagine acquistino qualità particolari: improvvisamente, ciò che uno scrittore ha affidato a un personaggio mi raggiunge proprio lì dove la mia esperienza ancora non possiede una lingua. La letteratura non può raccontarmi che cosa sia accaduto in quel letto d'ospedale, però sa attivare in me un lavoro di decifrazione: distende il grumo, porta verso i margini ciò che la sofferenza tiene compresso nel centro e mi permette di conoscerne le pieghe.
È per questo che, dopo Buzzati, ho sentito la necessità di tornare anche a La morte di Ivan Il'ič.
Qui Tolstoj mostra una contraddizione elementare: sappiamo perfettamente che gli uomini sono destinati a morire, ma quando a morire non è più un uomo in generale, ma l'uomo che porta il tuo nome, la logica si incrina di colpo. Ivan conosce benissimo il sillogismo: "Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, dunque Caio è mortale", ma adesso la sequenza rivela un inciampo, perché Ivan non è Caio! Ivan è stato il piccolo Vanja, ha avuto una madre, un padre, giocattoli, odori d'infanzia, un lavoro, un posto nel mondo... Tutto ciò che rende una vita singolare, si solleva per ribellarsi alla più universale delle verità: anche a Ivan toccherà di morire. Ma come è possibile una tale ingiustizia?
Inoltre, a far sì che questa morte sia per Ivan ancora più straziante, c'è l'imbarazzo degli altri nel riconoscerla apertamente: i medici discutono di possibili cure, la famiglia minimizza e rassicura, la vita quotidiana continua, ma intanto Ivan sa – e sa che gli altri sanno – che sta morendo.
L'unico a sottrarsi alla finzione è Gerasim, il servo, che non propina a Ivan ipotesi di guarigione, ma lo lava, lo solleva, gli tiene le gambe in alto perché così il dolore si attenua; anzi, quasi quasi pare svanire. E quando Ivan domanda a Gerasim come se la caverà con tutta la legna che deve ancora spaccare, lui risponde semplicemente «non si preoccupi. Faremo in tempo».
Leggendo quelle righe ho molto sperato che anche papà, in nostra assenza, abbia avuto accanto un Gerasim.
Se Tolstoj mi ha aiutato a stare dalla parte di chi muore, Diario di un dolore di C.S. Lewis mi ha accompagnato nel mio tempo, il tempo di chi resta.
Dopo la morte della moglie Joy, Lewis descrive un dolore che procede per scarti, labirinti, proteste rabbiose e lacrime. Un'anatomia della perdita in cui è impossibile non ritrovare qualcosa di sé. A me, ad esempio, è rimasto addosso questo passaggio: «l'abbandono al dolore, invece di legarci ai morti, ce ne distacca. Questo mi diventa sempre più chiaro. È proprio nei momenti in cui la pena è meno forte che Joy invade di colpo la mia mente nella sua piena realtà. E questo fa bene». Concedere al dolore di ritrarsi un po', affinché nello spazio lasciato vuoto possa palesarsi il nostro assente, non nella versione che abbiamo modellato a forza di lacrime, ma per com'era davvero: sì, sul serio questo fa bene.
Così, quando un paio di anni dopo ho costruito la XIX edizione di Torino Spiritualità intorno al tema della morte, la riflessione di Lewis si è tradotta in una convinzione: aprire il festival affidando a qualche pensatore una lezione magistrale, per quanto bella e profonda, non sarebbe stato abbastanza. Ci voleva altro. Ci voleva un'occasione in cui i nostri assenti potessero affacciarsi alla memoria per ciò che realmente erano. Uno spazio in cui il pensiero della morte entrasse senza stendere la luce di un sole nero su ogni cosa. Perché spesso la morte fa proprio questo: portandoci via qualcuno, sembra prendersi anche tutto il resto.
È nato così quello che con un po' di megalomania battezzammo The Biggest Death Café Ever: seicento persone, per la maggior parte sconosciute l'una all'altra, sedute intorno a cinquanta tavoli, con davanti bevande calde, biscotti e la più estrema delle soglie da esplorare. Nati in terra anglosassone, i Death Café sono occasioni per riflettere insieme sulla morte e sul morire. Non sedute terapeutiche, conferenze o gruppi di mutuo aiuto, ma momenti di limpida condivisione in un'atmosfera informale, in cui tabù e rimozioni cedono il posto alla convivialità e a una leggerezza che non è superficialità, ma consapevolezza che essere mortali è quanto di più umano ci sia. Non era scontato che quello organizzato da me a Torino funzionasse, ma funzionò a meraviglia. E mentre i partecipanti raccontavano, ascoltavano, bevevano, mangiavano, ridevano e piangevano, la morte prese a essere qualcosa che ha moltissimo a che fare con la vita.
Dopo tante pagine di romanzi e diari che mi hanno accompagnato nel lutto, quando ripenso a quei tavoli sono due poesie a venirmi incontro. La prima è di Chandra Candiani, che si chiede come «dare una svolta alla parola morte» e scuoterla dal sonno di paure antichissime in cui l'abbiamo avvolta, fino a «farla neonata», «smettere di capirla / dichiararsi incapaci / e tenerla tra le mani giunte / delicatamente come fiammifero nel vento».
La morte, supremo potere davanti al quale tremare, può davvero diventare qualcosa che trema fra le nostre mani? Sì, se nell'avvicinarla siamo pronti a rinunciare del tutto alla pretesa di comprenderla. La mia impressione è che ai nostri cinquanta tavoli sia accaduto qualcosa di simile: abbiamo provato a togliere la morte dai suoi gusci di spavento non per renderla meno misteriosa, ma per riuscire a tenercela accanto.
L'altra poesia che viene a bussare è Il tuo posto vuoto di Vivian Lamarque. L'autrice scrive di un posto a tavola che è sì vacante, ma pieno di movimento: parla, ride, si alza e ritorna, mangia, lascia un boccone, ritaglia perfino nel formaggio forme di animali. Una sedia vuota, che però non tace.
Al Biggest Death Café i tavoli erano tutti pieni, ma i "posti vuoti" di cui narra Lamarque erano tantissimi e sfarfallavano nei dettagli con cui i vivi ricordavano i propri assenti: una voce, l'infossatura da un lato del letto, le abitudini minime... Partiti dalla morte, molto presto ci siamo ritrovati ad approdare ai morti. E naturalmente in mezzo a loro c'era anche la morte, solo che avevamo stabilito di non darle il capotavola, perché da lì avrebbe dominato la conversazione e avrebbe reso le parole più goffe, prendendosi il monopolio della serata. Invece, seduta senza particolari privilegi, non ha potuto far altro che comportarsi da invitata tra gli invitati.
Diciamo spesso che la morte è un tabù, ma da quel Death Café ho iniziato a diffidare della formula. Credo piuttosto che ci manchino luoghi in cui parlare della morte senza dover essere coraggiosi, disperati o solenni; luoghi in cui una risata non sia una mancanza di rispetto e il silenzio non sia una forma d'imbarazzo, ma la vigilia di parole più fresche.
Ancora non so che cosa abbia provato mio padre mentre moriva e nessun Death Café potrà dare risposta alla mia domanda. Ma se torno a interrogarmici alla luce dell'esortazione di Candiani – smettere di voler capire la morte – il rimorso si attenua e, dove c'era uno strappo, trovo ora un passaggio dal quale si affacciano frasi e gesti: non soltanto il passato che torna a visitarmi, ma qualcosa di papà che continua ad accadere, ricordandomi che l'assenza non è per forza il rovescio irrimediabile della presenza. E ancora una volta è la poesia ad aiutarmi a tenere insieme tutta l'irriducibilità della morte e tutta la persistenza indocile dell'amore. Quattro secoli fa, Francisco de Quevedo affidò ai versi un'intuizione vertiginosa: perfino ciò che è destinato a disfarsi conserverà traccia di quanto abbiamo amato. «Saranno polvere, ma polvere innamorata».
Conduttore radiofonico e curatore del festival Torino Spiritualità, delle Officine di Spiritualità e del SOUL Festival.
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