Houdini e Lovecraft indagano l'ignoto
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Houdini e Lovecraft indagano l'ignoto

Il re della fuga e il padre dell’orrore cosmico non furono solo contemporanei: si conobbero e lavorarono davvero insieme. Da quella storia vera prende le mosse il romanzo di Stefano Varanelli, che immagina come sarebbe potuta continuare

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Sembra un crossover di quelli epici, tipo Maciste contro Godzilla, ma questo è avvenuto realmente: Harry Houdini, il leggendario mago e artista della fuga, e H.P. Lovecraft, lo scrittore considerato il padre della letteratura horror moderna, non solo furono contemporanei, ma si conobbero e lavorarono insieme.

Un’insolita amicizia

Houdini non aveva terminato gli studi e, benché amasse leggere molto, gli mancavano gli strumenti per scrivere i libri che avrebbe voluto. Per questo, si serviva di ghost-writers molto abili, come Walter B. Gibson, che avrebbe poi creato il personaggio di The Shadow, Albert Guissart, Clinton Burgers e Bernard M. L. Ernst.

Quando però scoprì Lovecraft, all’epoca ancora ben lontano dal diventare uno dei più ammirati romanzieri fantastici del secolo, ne fu così colpito da commissionargli un libro.

A quell’epoca, Lovecraft lavorava per la famosa rivista Weird Tales, dedicata a racconti dell’orrore e di fantascienza. Houdini aveva una compartecipazione agli utili della rivista e sulle sue pagine aveva pubblicato già due racconti (scritti probabilmente da altri dietro sua indicazione): “La beffa dell’amante spiritico” e “I ciarlatani spiritici di Hermannstadt”.

Nel 1924, per il suo terzo racconto, che si sarebbe intitolato: “Sotto le piramidi” (poi cambiato in “Prigioniero dei faraoni” e contenuto in questa raccolta), Houdini raccontò a Jacob C. Henneberger, direttore della rivista, una storia che sosteneva essergli realmente accaduta. Il direttore la riferì a sua volta a Lovecraft, incaricandolo di darle forma romanzesca.

In breve, Houdini raccontò che durante il suo viaggio per l’Australia si era fermato al Cairo, dove fu rapito da due beduini e chiuso dentro una cripta faraonica. Da qui, era riuscito a scappare solo dopo avere superato una «orribile esperienza» che non poteva rivelare.

Houdini
© Collezione Kenneth Trombly
Houdini durante un tour africano, che lo portò anche in Egitto. In questa fotografia, scattata nello Yemen e tratta dal suo album personale, Houdini ha scritto di suo pugno (parlando di sé in terza persona): "Houdini ad Aden Arabia il posto più caldo sulla faccia della Terra".

«Il mio compito», scrisse Lovecraft a un amico, «sarà inventare questo episodio e colorirlo delle più macabre sfumature. Al momento non so quanto potrò spingermi lontano, perché a giudicare da un racconto di Houdini che Henneberger mi ha mandato come campione, vedo che il mago tenta di far passare queste avventure degne di un Münchausen come vicende vissute. Basta un’occhiata per rendersi conto che è un uomo estremamente pieno di sé. In ogni caso, credo di poter inventare qualcosa di abbastanza infernale…»

Quella volta Lovecraft fu anche sfortunato. Finito di scrivere il racconto lasciò Providence, dove viveva, per recarsi a New York dove doveva sposarsi ma smarrì l’unica copia del manoscritto. Così, appena finita la cerimonia nuziale, aveva dovuto mettersi sotto senza sosta per riscrivere il racconto, aiutato dalla moglie nella battitura a macchina. Certo un modo insolito di passare la luna di miele.

«Ragazzi, quel racconto di Houdini!», disse poi. «Mi ha teso allo stremo e non l’ho finito fino a quando non siamo tornati da Philadelphia. Nella prima parte ho spinto al massimo il realismo descrittivo; poi, quando mi sono tuffato nella parte che si svolge sotto le piramidi, mi sono scatenato e ho tirato fuori alcuni fra gli orrori più arcani, infidi e innominabili che abbiano mai calcato, con il piè forcuto, i tenebrosi abissi necrofagi della notte primeva. Per fare in modo che la vicenda si potesse adattare al carattere del popolare showman ho annacquato il tutto con la formula “è stato tutto un sogno”: vedremo che ne pensa Houdie».

Il racconto di Lovecraft è effettivamente considerato tra i migliori scritti per conto di altri e il finale fantastico e raccapricciante e tra le cose meglio riuscite dello scrittore.

Il libro perduto

Houdini, dunque, fu così entusiasta del suo lavoro che pensò a Lovecraft come collaboratore fisso per i suoi progetti futuri, tra cui un libro sulla superstizione che avrebbe dovuto intitolarsi The Cancer of Superstition (Il cancro della superstizione).

«[Houdini] è stato qui ai primi del mese», scrisse Lovecraft, «e mi ha messo una fretta del diavolo perché scrivessi un articolo antiastrologico di cui aveva bisogno prima di ripartire (in tutto cinque giorni). Come ricompensa ho ottenuto la non disprezzabile cifra di settantacinque dollari. Dice che ha un sacco di roba da farmi fare e ha cercato di convincermi di raggiungerlo a Detroit – a sue spese – per parlarne, ma ho ribattuto che i miei affari li curo meglio fra i campanili georgiani della mia città natale».

Houdini però morì il 31 ottobre 1926 e il progetto, appena iniziato, si fermò. Fino a oggi si pensava esistessero solo poche pagine di questo lavoro, ma il manoscritto di The Cancer of Superstition e stato ritrovato ed è andato all’asta nel 2016 venduto per 28.000 dollari.

Le pagine perdute del libro su cui Houdini e Lovecraft stavano lavorando insieme quando Houdini morì.
Le pagine perdute del libro su cui Houdini e Lovecraft stavano lavorando insieme quando Houdini morì.

In quelle 31 pagine Lovecraft e Houdini cercano di costruire una teoria della superstizione definita come una «inclinazione primitiva e innata» dell’uomo, sforzandosi però di conciliarla con le numerose evidenze contrarie che dimostravano come anche i contemporanei più colti e in vista coltivassero idee profondamente superstiziose e, per questo, con notevole approssimazione, sono definiti «persone pigre che rifiutano le idee scientifiche».

Il testo scritto a macchina si compone di tre parti: La genesi della superstizione, La diffusione della superstizione e La fallacia della superstizione, coprendo argomenti disparati che vanno dalla magia nera al culto dei morti, dal feticismo alla stregoneria, dalle credenze sui lupi mannari al cannibalismo. Ma, secondo lo studioso di Lovecraft ST Joshi, il testo sarebbe in realtà opera di un collaboratore di Lovecraft, CM Eddy.

Può essere interessante rilevare che se Lovecraft considerava Houdini «incredibilmente egocentrico» e «privo di cultura generale», lo riteneva anche «incredibilmente sincero nelle sue ricerche» e notò che, circa le possibilità degli uomini di auto-ingannarsi, possedeva «tremende capacità intuitive».

Oggi arriva un avvincente romanzo firmato da Stefano Varanelli, scrittore e autore televisivo, intitolato Sotto la piramide (Cluster-A), in cui si immagina che cosa sarebbe successo se Houdini non fosse morto e la collaborazione con Lovecraft fosse continuata.

«Realtà e fantasia» dice Varanelli «si nutrono a vicenda. Ed è in questo territorio di mezzo, sospeso tra fatti e sogni (alquanto lovecraftiani), che è nato e cresciuto il romanzo».

Quelle che vi proponiamo di seguito sono le pagine con cui si apre l’avventura. Buona lettura!

Massimo Polidoro


Houdini e Lovecraft
Houdini e Lovecraft "prigionieri" dei faraoni!

New York, Harlem. Maggio, 1927.

Quanto odiava quel posto.

Nonostante la sua posa ingobbita, svettava di circa una testa sopra il resto della folla. Non amava New York. Non gli piaceva la folla.

Ma era lì per un buon motivo.

Portò d’istinto la borsa all’altezza del petto e proseguì a rapide falcate lungo la 133ma Strada.

Si fermò di fronte a una casa a schiera, stretta e alta quattro piani. Il numero 278.

Esitò qualche istante, poi salì di slancio gli undici gradini dell’ingresso e suonò alla porta.

Fu lo stesso padrone di casa ad aprirgli.

“Buongiorno signor Lovecraft”.

“Buongiorno a lei, Mister Houdini”.

Aveva incontrato Houdini in diverse occasioni, ma era la prima volta che metteva piede nell’abitazione del mago più famoso d’America.

Già dall’ingresso si capiva perché lo fosse. In un angolo era esposta la statuetta di umanoide dalla testa cilindrica e dal corpo metallico, le braccia della creatura minacciosamente tese in avanti. L’Automaton, pensò, ma il termine recentemente coniato da uno scrittore cecoslovacco gli piaceva di più: Robot. Tra gli scaffali di una libreria, si ergeva un oggetto ancora più singolare. Da lontano sembrava un vero albero in miniatura, dalle grandi foglie verdi. Ma il tronco era fatto di metallo, le foglie di tessuto.

Emergeva da un cubo con all’interno un complesso ingranaggio di ruote dentate. Su un lato c’era una manopola per attivare chissà quale meccanismo. Quella casa doveva essere uno scrigno di bizzarrie. Oggetti di scena utilizzati da Houdini nei suoi spettacoli o appartenuti ai grandi prestigiatori del passato. Il padrone di casa era un vorace collezionista di tutto quanto riguardasse l’illusionismo e la sua storia. Immaginò casse con scomparti segreti, abiti di scena dall’aspetto esotico, bacchette magiche e cappelli a tuba.

E forse, pensò con un leggero brivido, da qualche parte era anche conservata la Cella della tortura cinese dell’acqua. Ma poi una molto più prosaica fotografia deviò la sua attenzione. Raffigurava Houdini e una donna dall’espressione timida e gentile. Lei era seduta su un grande baule di legno che la faceva apparire ancora più minuta e esile.

“Mi permetta ancora di esprimere le mie condoglianze” disse.

Aveva incontrato Bess una sola volta. I funerali si erano svolti in forma strettamente privata.

Houdini gli fece segno di non preoccuparsi e indicò le scale. Salirono al quarto piano, dove si trovava lo studio del mago.

Oltre dieci anni di età li separavano. Nonostante ciò, Harry Houdini salì le scale con agilità mentre lui arrivò in cima ansimando.

“È… proprio quello, vero?” fece, non appena entrato.

“Sì, l’ultima aggiunta alla collezione” rispose compiaciuto Houdini.

“Posso?”

“Certamente”.

Lovecraft si sedette di fronte alla piccola scrivania. Prese una boccata di ossigeno e assaporò l’odore intenso del mogano. Per quanto restaurata, i segni del tempo erano ben visibili. Cento anni fa, pensò, Edgar Allan Poe era seduto a questa stessa scrivania. Forse Il Corvo era stato composto lì, proprio dove ora poggiavano le sue mani.

Mai più, Mai più.

“Sembra che esistano ben due scrivanie di Poe in giro per il mondo. Da qualche parte, qualcuno è il felice possessore della sua scrivania smontabile da viaggio” spiegò Houdini.

Osservò di nuovo il mobile. Sopra il ripiano della scrivania, in una cassettiera, il mago aveva allineato una lunga serie di chiavi e lucchetti. Una foto ritraeva Houdini in tenuta da aviatore di fronte a un biplano. In un’altra era avvolto in una camicia di forza, appeso a testa in giù nei cieli di New York. Lo studio era ricolmo di libri. Forse a compensare la mancanza di educazione formale del padrone di casa. Alla parete era appesa la locandina di uno dei film prodotti e interpretati da Houdini: il mago era raffigurato in primo piano mentre, alle sue spalle, incombeva un gigante metallico dalla testa cilindrica. Ancora l’Automaton.

Un altro poster proponeva un disegno enorme del suo volto: viso aguzzo, fronte ampia, occhi azzurri dallo sguardo ipnotico. Titolava in caratteri capitali: HOUDINI: IL MISTERIARCA.

Purché il mistero fosse un trucco e non una pretesa di verità. Ma quello dopotutto, rifletté Lovecraft, era il motivo del loro incontro.

“Desidera un caffè, signor Lovecraft?”

“Molto volentieri” rispose, cercando di apparire il più a suo agio possibile.

I due uomini sedevano ora uno di fronte all’altro.

Houdini indossava una vestaglia di seta decorata con motivi orientali il cui costo doveva corrispondere a diversi mesi di salario medio.

A Lovecraft fece venire voglia di comprarsi un cappotto nuovo. Con l’anticipo di Houdini, naturalmente.

“Non vedo l’ora di darci un’occhiata” esordì il Misteriarca. Estrasse dalla borsa il primo capitolo del libro che Houdini gli aveva commissionato: Il cancro della superstizione. Trentuno pagine. Aveva passato buona parte della nottata a batterlo a macchina.

“Si tratta ancora di una prima stesura”.

Passò il faldone a Houdini sforzandosi di sembrare disinvolto.

Scrivere per conto di altri era l’unica attività per cui fosse mai stato pagato. In tutta la sua vita non era riuscito a fare altro. I suoi clienti erano aspiranti scrittori e scrittrici, facoltosi quanto privi di talento. Ora però aveva di fronte l’uomo che aveva rivoluzionato il mondo dell’illusionismo, che si liberava dalle catene, immerso a testa in giù nell’acqua gelata. Che faceva sparire nel nulla gli elefanti.

Non riusciva poi a spiegarsi l’improvvisa urgenza. Dopo la scomparsa di Bess, aveva temuto che Houdini avrebbe rinunciato al progetto. Invece ora era stato convocato di persona e in tutta fretta a presentare un’opera incompleta. Perché?

Houdini cominciò a leggere: “L’influenza della superstizione è molto più potente e diffusa di quanto la maggioranza della persone sia disposta a credere. Le sue radici sono state piantate nella mente degli uomini prima della Storia e vi persistono con insospettabile tenacia”.

Si fermò per ripetere: “Prima della Storia… Bene, bene.

Molto evocativo”.

Uno dopo l’altro, ciascuno dei trentuno fogli veniva calato sul tavolino in mezzo a loro, letto e ricoperto di complimenti da un sempre più esuberante Houdini.

Lovecraft, ora molto più rilassato e indulgente verso se stesso, deviò la sua attenzione verso il caffé che nel frattempo la domestica aveva portato nello studio. Versò nella tazzina un cucchiaino di zucchero. Poi un secondo.

“Caro Howard, le confesso: io sono un uomo di spettacolo e fare lo scrittore non è il mio mestiere. Però so riconoscere una buona penna e lei lo è”.

Lovecraft rispose al complimento aggiungendo un terzo cucchiaino.

“Una buona penna centra il bersaglio” proseguì il padrone di casa, “si tratti di un saggio o di racconti di fantasia. Ora voglio farle una domanda: perché pensa mi sia gettato anima e corpo in questa battaglia contro gli spiritisti?”.

“Mi par di capire sia quasi una questione personale…”

E aggiunse altro zucchero.

“Esattamente. Vede, quando sono sul palco, io sono Houdini, il Misteriarca” sottolineò con voce baritonale, gesticolando verso il poster. “Io sono un mago, ma non ho mai preteso di essere magico. Mai preteso di avere poteri soprannaturali. E perché dovrei, poi? Il mio lavoro è l’illusione. La mia abilità è il trucco. Sorprendere il pubblico con il frutto dell’ingegno, non con i poteri ultraterreni. Invece questi maghi da strapazzo fanno molto meno, ma ottengono più attenzione, perché pretendono sia tutto vero”.

“Purtroppo il fascino della superstizione è radicato nella mente umana, sempre attratta da tutto ciò che è strano e leggendario” confermò Lovecraft. Poi assaporò il suo caffè, trasformato, un cucchiaino dopo l’altro, in una melassa zuccherosa.

“Fantasmi, sortilegi, poteri magici, astrologia” proseguì.

“Non importa quanto siano stati sconfessati, troveranno sempre un orecchio ingenuo a dargli ascolto”.

Il padrone di casa chiamò la domestica. “Abbiamo una fetta di torta per il nostro ospite?”. Poi continuò: “Howard, ha presente la storia di Rahman Bey?”.

“Sì, certo. Il fachiro egiziano”.

“Che non parlava una parola di arabo… Era italiano e un gran furfante”.

L’anno precedente, Rahman Bey, di volta in volta presentato come fachiro, derviscio, yogi, era stato lanciato con grande fanfara sulla scena teatrale newyorkese. “L’Egiziano” si faceva chiudere in una bara che veniva sepolta sotto un mucchio di sabbia.

“Pretendeva di aver imparato a non respirare!” ricordò Houdini. “Aveva un record di 84 minuti, chiuso dentro alla bara. Ero sicuro di poter fare di meglio… e senza ricorrere ai poteri soprannaturali, ma solo alla preparazione fisica e a un’enorme disciplina mentale”.

Houdini si toccò enfaticamente il cuore e la tempia, mentre Lovecraft annuì con solerzia. Il Misteriarca, del resto, gli aveva già raccontato quella storia fin dal loro primo incontro. Lo avevano sigillato dentro una bara di zinco. Poi, al cospetto di un folla di giornalisti, la bara era stata calata sul fondo di una piscina. Un cavo telefonico come unico collegamento tra Houdini e la superficie.

“Ogni cinque minuti mi chiedevano se fossi ancora vivo.

Io rispondevo a monosillabi. Dovevo consumare meno aria possibile”. Houdini si era ora alzato in piedi. Mise entrambe le mani aperte di fronte a sé, a pochi centimetri dal viso, come a mimare lo spazio angusto della bara. “Ero avvolto nel buio più totale… Il tempo sembrava non passare mai. La bara era stata sigillata ermeticamente. Eppure, a un certo punto, ho sentito delle gelide gocce d’acqua scorrere sul mio volto”. Si sfiorò una guancia con le dita. “Acqua! La bara si stava riempiendo d’acqua. Ma io dovevo rimanere calmo. Altrimenti mi sarei messo a respirare più velocemente e avrei fallito la prova. Forse sarei morto. Alla fine vedevo come delle luci gialle negli occhi, mi sentivo sempre più intorpidito… faticavo a rimanere sveglio. Era passata un’ora e mezza, novanta minuti, e ho detto di tirarmi fuori. Ero pallido, bagnato. Barcollavo quando sono uscito dalla bara, ma il finto fachiro era stato sconfitto”.

Houdini si soffermò un attimo di fronte alla scrivania di Poe. Prese una foto dalla cassettiera e la mostrò a Lovecraft.

“Ecco un avversario più insidioso dell’impostore italiano”.

Nella foto si vedeva un gruppo di uomini tra cui Houdini. Al centro, una donna vestita di bianco.

“Questi sono alcuni membri del comitato per la ricerca sul paranormale dello ‘Scientific American’, me incluso, ovviamente”.

La prestigiosa rivista scientifica, vista la crescente popolarità di medium e sedute spiritiche in tutta la nazione, aveva, da un paio di anni, istituito un comitato per stabilire una volta per tutte se lo spiritismo fosse o meno una nuova branca del sapere umano. Era stato anche messo in palio un premio in denaro, 5000 dollari, per lo spiritista che fosse riuscito a dimostrare la veridicità dei suoi poteri di fronte ai membri del comitato.

“Ecco, guardi” Houdini indicò uno degli uomini della foto.

“Questo era un prestigioso matematico, un riverito professore della Columbia University, un emerito paladino della scienza e della ragione…”

“Mi par di capire che abbia deluso le sue aspettative”.

“Il più manipolabile credulone che abbia mai visto!” esplose Houdini. “Questo idiota, insieme ad altri, idioti come e più di lui, stavano per trascinare me e lo ‘Scientific American’, nonché tutta la cultura di questa nazione, nel più assoluto ridicolo”. Lovecraft guardò nuovamente la foto: “Quindi la signora in bianco è…”.

“Margery” gesticolò Houdini. “Così si faceva chiamare.

Pretendeva di parlare con i morti e quegli idioti del comitato non si accorgevano di niente. Stava per vincere il premio ma io ho salvato la situazione sull’orlo del precipizio”.

Si sentì di esprimere la sua completa solidarietà.

“È sconfortante” disse “constatare quanto queste superstizioni continuino a essere pervasive, anche tra i devoti del metodo scientifico. Forse si tratta di una reazione emotiva di fronte alla meravigliosa e terrificante vastità dell’universo che circonda questo piccolo mondo”.

Provò a immaginare quell’appartamento di Harlem visto d’alto. E poi ancora più in alto. Immaginò la familiare sagoma di Manhattan scomparire attraverso le nubi. Come gli sarebbe apparso il cielo una volta superato il confine più estremo dell’atmosfera? Pensò alla terra che scompariva, mentre i suoi occhi venivano accecati dalla palla di fuoco urlante del sole. Poi anche quella rassicurante luce si affievolì fino diventare un flebile puntino mentre lui spariva nel buio infinito del cosmo.

“Io mi sentirei un ladro a far pagare il biglietto per trucchi così stupidi”.

Lovecraft si riebbe dalla distrazione. Houdini stava spiegando i trucchi della medium. Era anche arrivato il dolce. Felicemente tornato sulla Terra, Lovecraft immerse il cucchiaio nella fetta di torta.

Houdini ricadde teatralmente sulla poltrona. “Il fatto che fosse la moglie di un noto chirurgo le dava credibilità. Siccome era già ricca, pensavano, perché avrebbe dovuto mentire?” Si era imposto sugli altri membri del comitato e aveva fatto in modo che Margery non ottenesse il premio.

“C’è mancato un soffio, Howard. Ho evitato, praticamente da solo, che lo spiritismo ricevesse validità scientifica da una delle più prestigiose riviste d’America. Mi permetta di festeggiare questa non piccola vittoria. Non sono un grande bevitore e credo neanche lei. E viviamo anche in tempi asciutti, ma ecco…” si versò due calici di brandy e ne porse uno a Lovecraft, senza ammettere repliche “un piccolo sostegno per le lotte che ci aspettano. La battaglia non è certo finita” proseguì. “Medium e veggenti diventano ogni giorno sempre più popolari, in America e nel mondo. E sul comitato dello ‘Scientific American’ ho capito di non poter contare…”.

“Certo è un bel paradosso” notò Lovecraft. “Lei è un mago che non crede nella magia”.

“Ma lei è un po’ come me. Uno scrittore di storie di fantasmi che non crede ai fantasmi”.

Lovecraft sì senti come circondato da tutti quegli Houdini, disegnati, fotografati e presenti di persona, che lo scrutavano con sorprendente perspicacia.

“Ah sì. È proprio così” annuì sorridendo. Anche se in realtà le sue storie non parlavano propriamente di fantasmi.

Lui di certo non credeva in alcuna vita oltre la morte. Pensava però che la paura fosse una delle emozioni più intense che una persona potesse sperimentare e amava far provare questa sensazione a una non piccolissima cerchia di lettori, appassionati di storie fantastiche.

A differenza di altri autori, più gotici, nei suoi racconti non c’era spazio per gli spiriti dei morti. Quello che lui cercava era qualcosa di atavico. L’antichità del tempo, una musica non umana, una città senza nome, essere trascinato verso le stelle da creature volanti senza volto. Paura significava camminare sul fondo dell’oceano tra le rovine luminescenti di una perduta civiltà, essere il primo uomo a esplorare un sotterraneo appena scoperto e udire il rumore di passi strascicati.

Guardò assorto e confuso il tavolo di fronte a sé: la foto di Margery, il piatto con i resti senza forma della cheesecake, le pagine dattiloscritte del Cancro della superstizione, il bicchiere quasi vuoto…

Houdini gli versò una seconda dose di brandy. Continuava a parlare con occhi spiritati.

“Questi scienziati si fanno sempre imbrogliare da personaggi molto meno intelligenti di loro. Lo sa perché? Perché sono abituati ai loro laboratori. A studiare sostanze chimiche, raggi, batteri… La natura non cerca di ingannarci, Howard! La natura non è disonesta”.

Una fitta crescente si stava insinuando in mezzo alle sue tempie. Lovecraft pensò che forse affidarsi al finora trascurato dio dell’alcol lo avrebbe salvato. Trangugiò d’un fiato quanto rimaneva nel bicchiere.

“Solo un individuo esperto nell’arte dell’inganno, nelle tecniche dell’illusione, è in grado di stanare questi ciarlatani. Sono io, Howard. Sono fatto per questo. Solo io posso fermarli”.

Gli occhi di Houdini brillavano. Ridacchiava tra sé compiaciuto del suono della propria voce.

“E lei racconterà tutto, Howard. Questa volta scenderemo insieme sotto le Piramidi”.

Houdini e Lovecraft. Non avrebbero potuto essere due tipi più diversi. Basso e robusto il primo. Alto e di fragile costituzione il secondo.

Houdini era il settimo figlio di una famiglia di ebrei ungheresi, emigrati negli Stati Uniti senza un soldo e ora era diventato ricchissimo. Lovecraft era l’unico erede di una delle casate più facoltose di Providence. Era nato in una villa con carrozza ma, fin da bambino, aveva visto tutta quella opulenza dissiparsi sotto i suoi occhi.

Il primo era uno showman istrionico e vanitoso, abituato al tutto esaurito. Il secondo un intellettuale riservato, a disagio in mezzo alla folla e tendente alla autocommiserazione.

Eppure i punti in comune non erano pochi. Entrambi erano stati molto legati, anche troppo, alle loro madri. Entrambi avevano avuto una sola donna importante nella loro vita.

Sia Lovecraft che Houdini erano maestri della fantasia, amanti del mistero, esperti nell’arte di stupire e sorprendere. Entrambi erano più preoccupati del giudizio degli altri di quanto avrebbero voluto ammettere.

E ora erano due persone non abituate all’alcol che avevano bevuto un bicchiere di troppo.

La mente di Lovecraft, per quanto ottenebrata, fu attirata da una piccola macchia rossa che si allargava su uno dei fogli dattiloscritti. Il brandy? Oppure una goccia di sangue colata dal soffitto e precipitata con millimetrica precisione a disfare la sua vita tranquilla?

Ora Houdini lo aveva preso sottobraccio. Scesero insieme le scale, barcollando, un piano dopo l’altro. Houdini era un fiume di parole in piena, che però, alla coscienza offuscata di Lovecraft, sembravano come sussurrate da un pianeta lontano. Gli girava la testa. Giurò a se stesso che mai più avrebbe toccato un goccio di liquore in vita sua.

Mentre Houdini lo scortava ridacchiando, si chiese se quei bicchieri di brandy sarebbero stati il suo personale barile di Amontillado. Come nel racconto di Poe, il padrone di casa lo aveva forse volutamente inebriato e adesso stava per far scattare una trappola mortale?

Si vide scivolare verso il basso, come inghiottito dal terreno. O forse da una botola. Acque gelide e scure avvolsero il suo corpo. Ora era lui a essere imprigionato nella Cella della tortura dell’acqua.

Sopra, affacciandosi dall’apertura della botola, Houdini ripeteva ridendo: “Sotto le Piramidi, Howard, sotto le Piramidi”. Cercò di risalire alla superficie ma sì sentì afferrare le gambe. Guardò in basso e lanciò un urlo muto di terrore quando vide i due corpi mummificati che lo trascinavano verso il fondo. I corpi di una donna vestita di bianco e di un fachiro impostore…

La porta si spalancò e si ritrovò nuovamente sui gradini di ingresso. Di fronte a lui, la 113ma Strada si stava svuotando e i pochi passanti si avviavano frettolosamente verso casa.

Houdini gli allungò il cappello. Poi sembrò riflettere su qualcosa. Sparì all’interno della casa e tornò, un attimo dopo, con una foto in mano.

“Meglio che prenda questa. L’aiuterà a riconoscerla”.

Dopodiché fece un gesto di saluto e si chiuse la porta alle spalle.

Lovecraft, lasciato solo in compagnia di un gran mal di testa, scese sul marciapiede. Il sole ormai basso suggeriva di affrettarsi perché la via del ritorno sarebbe stata lunga. Si portò la foto all’altezza degli occhi. Era il ritratto di un’adolescente dai capelli mossi.

Chi diavolo era quella ragazza?

Sotto la piramide. Houdini e Lovecraft indagano l’ignoto, di Stefano Varanelli, è pubblicato da Cluster-A, 2026.

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Stefano Varanelli

Stefano Varanelli

Scrittore e autore televisivo di molti programmi di successo della RAI, da Enigma con Corrado Augias a Ulisse con Alberto Angela.