Frankenstein: alle origini di un mito moderno
WONDER BOOK CLUB

Frankenstein: alle origini di un mito moderno

Con la rilettura del capolavoro di Mary Shelley parte da oggi il "Wonder Book Club" di Massimo Polidoro, la newsletter mensile dedicata agli abbonati di Lucrezio

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Parte oggi il Wonder Book Club! la nuova newsletter mensile di Massimo Polidoro per gli abbonati di Lucrezio.

Che cos'è?

Hai presente quella sensazione, quel momento che arriva dopo avere chiuso un libro che ci ha davvero presi, in cui vorremmo solo voltarci verso qualcuno e dire: "Ma hai visto che roba? Non è incredibile?" Ecco, questo Club nasce proprio da lì.

Ho pensato che mi sarebbe piaciuto molto tornare ai libri che hanno saputo accendere in me quella scintilla, quella meraviglia che non svanisce dopo qualche minuto, ma che resta con noi, che spinge a fare domande e riaffiora nei pensieri quando meno te l'aspetti. E condividere quel piacere con altre persone che, come me, sono curiose e cercano occasioni di questo tipo.

Ogni numero di questa newsletter, riservata a chi ha scelto di abbonarsi annualmente a Lucrezio, sarà dedicato a un'opera. Nel numero precedente vi farò la mia proposta e poi la leggeremo nel mese successivo e, chi vorrà, potrà mandarmi le sue riflessioni, le domande che sorgono leggendo, i dubbi, le critiche anche, e poi, alla fine del mese, io tirerò le somme e farò il punto per tutti.

Potremo chiederci da dove è nata, quali idee e quali paure portava con sé la persona che l'ha scritta, perché continua a parlarci a distanza di anni o di secoli. Mescoleremo, come mi piace fare, scienza, storia, arte e vita quotidiana, perché è proprio dove queste cose si intrecciano che accadono le scoperte più belle.

Cominciamo da... Frankenstein

Poiché questa è la prima puntata, e un mese fa non abbiamo potuto scegliere un libro insieme, ho scelto di partire da un classico che, forse, in molti hanno letto (o potrebbero scegliere proprio oggi di leggere!).

Frankenstein è il romanzo che, più di ogni altro, tiene insieme tutto ciò che mi appassiona. Oltre a essere perfetto per dare il via a un Club che apre ufficialmente il 31 ottobre, Halloween, la "Notte delle streghe".

Frankenstein
Lo straordinario Boris Karloff nei panni del "mostro" di Frankenstein per il celebre film omonimo del 1931, la prima trasposizione cinematografica del romanzo di Mary Shelley, oltre che il film con il maggiore incasso di quell'anno

Prima di tutto, è il punto esatto in cui l'arte e la scienza si danno la mano. L'autrice, Mary Shelley, non scrive una favola nera qualunque: raccoglie le inquietudini scientifiche più scottanti del suo tempo (l'elettricità, il galvanismo, il sogno di restituire la vita ai morti) e le trasforma in letteratura. È uno dei primi casi nella storia in cui una grande domanda scientifica diventa un grande racconto. E questo, per chi come me passa la vita a cercare di raccontare la scienza, è quasi un atto fondativo.

Poi c'è la paura. Che non è quella da brividi a buon mercato, da romanzetti splatter, ma una paura che più attuale non si potrebbe: il timore di perdere il controllo di ciò che creiamo.

Viktor Frankenstein dà vita a qualcosa e poi ne è terrorizzato, incapace di gestirlo. È difficile non pensare, oggi, alle nostre tecnologie, dall'intelligenza artificiale in giù, e alla stessa, antichissima domanda: fino a che punto possiamo spingerci? E quando una scoperta, una volta fatta, smette di appartenerci? Shelley l'aveva intuito due secoli fa, ed è questo che rende il suo libro spaventosamente moderno.

E infine, semplicemente, c'è il piacere della storia. Frankenstein è anche horror, mistero, atmosfera: la notte di novembre, la pioggia contro i vetri, la creatura che apre gli occhi. È una vicenda che continua a far paura e a commuovere, perché sotto la superficie gotica batte un cuore umanissimo, fatto di solitudine, di desiderio di essere amati, di lutto.

Ma la cosa che mi ha sempre affascinato di più, e che oggi voglio esplorare con voi, è un'altra: da dove è nato tutto questo? Come ha fatto una ragazza giovanissima a scrivere qualcosa di così "vero", così scientificamente plausibile per la sua epoca? Dietro il romanzo c'è un intreccio di scienza reale, di incontri, di viaggi e di leggende che è, se possibile, ancora più affascinante della finzione. Ed è esattamente lì che andremo adesso.

Le origini di Frankenstein

È il 4 novembre 1818. Nella sala di anatomia di Glasgow il dottor Andrew Ure, affiancato dall'anatomista James Jeffray, applica sonde elettriche al cadavere dell'assassino Matthew Clydesdale, giustiziato poco prima tramite impiccagione. Tutti i muscoli del corpo del defunto si agitano all'istante secondo un movimento convulsivo. Il piede destro colpisce un medico che quasi cade al suolo. Il petto si solleva e si riabbassa, suggerendo un respiro. Improvvisamente rabbia, terrore, disperazione e angoscia si mescolano in un'orribile espressione sul suo volto. Il pubblico ne resta impressionato. Alcuni spettatori perdono i sensi, altri fuggono dalla sala.

Tutto questo accade realmente lo stesso anno, anche se qualche mese dopo, in cui esce Frankenstein o il moderno Prometeo di Mary Shelley, pubblicato in forma anonima il 1° gennaio 1818. Molti, al tempo, credono di trovarsi davanti alla conferma delle pagine del suo testo. Ancora oggi c'è chi sostiene che Ure sia stato il modello che ha ispirato la figura del dottor Viktor Frankenstein. Il punto, però, è proprio questo: le date non consentono questa attribuzione. Quando Ure realizza il suo esperimento, il romanzo è già nelle librerie da dieci mesi. Ure, semmai, poté sembrare la messa in scena di Frankenstein; non certo la sua fonte. Realtà o fantasia, allora?

Nonostante la stessa Shelley abbia dichiarato che il romanzo nacque per gioco, in seguito a un incubo e a una gara letteraria tra amici per vincere la noia di alcune giornate piovose, è probabile che questa storia così fantastica e terribile fosse già da tempo custodita nella sua mente.

Di certo Mary non inventò dal nulla le basi del suo romanzo. Come avrebbe potuto, all'epoca, una ragazza di diciotto o diciannove anni, per quanto straordinaria e fuori dagli schemi del suo tempo, scrivere qualcosa di così eretico in modo tanto "reale" e "scientifico"?

In fondo è lei stessa a scriverlo, nell'introduzione all'edizione di Frankenstein del 1831: «L'invenzione, bisogna ammetterlo con umiltà, non consiste nel creare dal nulla, ma dal caos. Prima di tutto si deve trovare il materiale; noi possiamo dar forma a una sostanza oscura e inerte, ma non possiamo creare la sostanza stessa».

Che abbia dato forma a ciò che stava davvero accadendo intorno a lei, in quell'epoca romantica illuminata dagli studi sull'elettricità di Volta e Galvani e dalle sue possibili applicazioni all'anatomia, è più che probabile. Il problema è che, tra il XVIII e il XIX secolo, furono molti gli scienziati che tentarono di "restituire" la vita ai morti e di cui Mary poté avere notizia. Non a caso, a quasi duecento anni dalla pubblicazione dell'opera, si discute ancora su chi si celi dietro l'identità di Viktor Frankenstein e su dove lei abbia tratto ispirazione.

Il salotto di casa Godwin

La geniale intuizione della scrittrice fu immaginare che effetto potesse fare essere lo strumento vivente di qualcuno. Ma i riferimenti scientifici che troviamo nel romanzo nascono quasi certamente dalle frequentazioni di Mary. Figlia della scrittrice e filosofa Mary Wollstonecraft - pioniera del femminismo e autrice della Rivendicazione dei diritti della donna (A Vindication of the Rights of Woman, 1792) - e del filosofo e politico William Godwin, Mary ricevette un'educazione eccellente, del tutto inusuale per una donna dell'epoca. Casa Godwin era frequentata dai maggiori scrittori, filosofi e scienziati del tempo, e tra gli ospiti c'era anche il poliedrico Erasmus Darwin, nonno di Charles.

Occorre fare una precisazione, perché su questo punto circola una leggenda tenace. Si racconta spesso che nel salotto di casa Godwin, la piccola Mary avrebbe assistito a dimostrazioni in cui il padre ed Erasmus Darwin facevano passare la corrente in arti staccati da cadaveri, fino a vederli agitarsi e sanguinare. È una scena suggestiva, ma non trova riscontro nelle fonti biografiche serie: Erasmus Darwin morì nel 1802, quando Mary aveva appena cinque anni, e nulla documenta esperimenti del genere in casa Godwin.

Quello che sappiamo con certezza è un'altra cosa, e la dice la stessa Mary, nell'introduzione del 1831 ricorda le lunghe conversazioni tra Lord Byron e suo marito, il poeta Percy Shelley, sugli esperimenti del dottor Darwin e sul galvanismo, e cita Darwin per una celebre osservazione sulla "generazione spontanea": un pezzo di "vermicelli", scrive, che avrebbe cominciato a muoversi da solo (gli studiosi ritengono si tratti in realtà delle Vorticellae, microscopici organismi d'acqua). Quindi, nessun arto di cadaveri rianimati, ma discussioni, letture e immagini che lavoravano nella mente di una ragazza. Già questo, del resto, poteva bastare come innesco per la sua storia.

La scintilla della vita

È singolare, ma la scena della creazione, cuore di ogni messa in scena successiva, si risolve, nel romanzo, in poche righe:

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Massimo Polidoro

Massimo Polidoro

Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.