Perché soffriamo il solletico (ma solo se ce lo fanno gli altri)?
Il solletico è ancora in gran parte un mistero e sono tante le domande che restano aperte. Ma qualcosa sappiamo, grazie anche a un laboratorio che si occupa solo di questo fenomeno.
miodrag ignjatovic - iStock
È un argomento su cui si sono interrogati in tanti, filosofi e scienziati, dall’antica Grecia fino a oggi: Platone (nel Filebo) e Aristotele (nel De Partibus Animalium), Erasmo da Rotterdam (nell’Adagia) e Galileo Galilei (nel Saggiatore), Cartesio (nel De Homine e in Le passioni dell’anima) e Charles Darwin (in L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali), fino a neuroscienziati, evoluzionisti e psicologi contemporanei.
Tuttavia, nonostante la sua banalità, le conoscenze scientifiche sul solletico sono estremamente scarse e non ci hanno dato risposte certe. Non sappiamo perché alcune zone del corpo siano più sensibili rispetto ad altre, né perché ad alcune persone piaccia essere solleticate, mentre altre lo detestano ma scoppiano comunque a ridere. Non abbiamo ancora compreso appieno perché non riusciamo a farci il solletico da soli e perché alcune persone siano molto sensibili, mentre altre non reagiscano affatto. Inoltre, la funzione primaria del solletico negli esseri umani, così come in altre specie, rimane un grande enigma.
Anche gli scimpanzé e altri primati si fanno il solletico. Foto: istockphoto
Ci sono, però, studi scientifici che hanno dato qualche risposta. C’è addirittura un laboratorio del solletico attrezzato per queste ricerche presso il Dipartimento di Neuroscienze all’Università Radboud di Nimega, nei Paesi Bassi. Lo dirige la ricercatrice Konstantina Kilteni, che ha pubblicato un articolo su Science Advances in cui fa il punto su quello che sappiamo riguardo al solletico.
Prima di tutto, va fatta una distinzione di base che la scienza ha stabilito da tempo: esistono due tipi di solletico. Il primo è chiamato “knismesi” è più lieve ed è più simile a un leggero fastidio simile al prurito; è ad esempio la sensazione che proviamo quando un insetto ci cammina su una parte del corpo. Il secondo tipo si chiama “gargalesi” ed è il solletico vero e proprio, che provoca un’immediata reazione di fastidio o di riso incontrollabile e di movimenti spontanei per cercare di allontanarne la fonte. È quest’ultimo a essere al centro del mistero: quello che, tra l’altro, non riusciamo mai a procurarci da soli.
Il meccanismo neurologico alla base dell’impossibilità di farci il solletico da soli è legato al fatto che, per autodifesa, gli esseri umani sono più sensibili agli stimoli esterni. Quando camminiamo per strada, per esempio, il cervello riduce il rumore dei nostri passi, ma non quello dei passi di qualcuno che cammina dietro di noi e che potrebbe rappresentare una minaccia. Questo funzionamento include tutti i sensi, compreso il tatto: il cervello percepisce l’intensità del nostro tocco in modo più debole rispetto a quello causato da qualcun altro. Nel caso specifico del solletico, il cervello riconosce la sensazione attesa e prevedibile e la minimizza: sa cosa sta per fare la nostra mano prima che si muova e comunica alle zone che percepiscono le dita che non sta succedendo nulla di importante. Ma se è qualcun altro a fare la stessa cosa su un’altra persona, la sensazione sarà amplificata anziché attenuata: il cervello non è preparato a quel tocco ed ecco la reazione al solletico.
Ma perché mai l’evoluzione avrebbe selezionato un meccanismo così bizzarro? Il fatto che il solletico lo provino solo gli esseri umani e i loro parenti più prossimi indica che potrebbe essere comparso in uno dei nostri antenati ominidi. Gli scimpanzé e i bonobo, per esempio, spesso si solleticano mentre giocano. Inoltre, sembra esistere una correlazione tra solletico ed età: in uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Lione su un gruppo di bonobo nel parco La Vallée des singes in Francia, è emerso che gli esemplari più vecchi erano più inclini a solleticare, i più giovani a essere solleticati. Lo stesso succede agli esseri umani. Sembrerebbe insomma che il solletico si sia evoluto come comportamento mirato a rafforzare il rapporto tra i più giovani e gli altri componenti del gruppo.
Un’altra ipotesi sostiene che il solletico potrebbe servire ai piccoli per imparare a difendersi in combattimento proteggendo le zone vulnerabili del corpo. Le aree più sensibili al solletico, dopotutto, coincidono spesso con quelle meno protette: le ascelle, i fianchi, la gola, la pianta dei piedi.
Va tenuto presente però che anche i roditori soffrono il solletico, ma solo se sono in una situazione di tranquillità: solo in questo caso ne ricavano piacere, anche se tra loro non se lo fanno. È quanto emerso da una ricerca condotta al Bernstein Center for Computational Neuroscience a Berlino. Guardando quali parti del cervello dei ratti si attivano durante il solletico, ovvero in un’area del cervello che elabora il tatto, è lecito pensare che ci sia un collegamento neuronale tra il solletico e il gioco. Non solo, visto che si attivano le stesse aree negli umani, tale somiglianza suggerisce che il solletico sia evolutivamente molto antico e che il tatto abbia avuto origine anche come mezzo per creare legami sociali negli antenati dei ratti e degli esseri umani.
Alla fine, quello che il solletico ci rivela è qualcosa di profondo e controintuitivo: ridiamo non perché siamo felici, ma perché il nostro cervello viene colto di sorpresa da qualcuno di cui ci fidiamo. Il solletico è, prima di tutto, un atto di relazione.
Giornalista, si è occupata di salute, tecnologia, cultura, migranti. È la caporedattrice di Lucrezio.
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