La fine del mondo non è uguale per tutti
TRA PARENTESI. LE IMMAGINI DEL SAPERE

La fine del mondo non è uguale per tutti

Dal cinema catastrofico alle crisi del presente: chi viene salvato e chi resta escluso? La rubrica “Tra parentesi. Le immagini del sapere” di Nico Pitrelli inizia con una riflessione sulle disuguaglianze di fronte alle minacce ambientali, ma anche sulla fiducia nella scienza

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Nel film Elysium di Neill Blomkamp, la Terra del 2154 è un pianeta sovrappopolato e degradato, segnato da inquinamento, malattie e povertà. I più ricchi si sono trasferiti su una lussuosa stazione spaziale, Elysium appunto, dove vivono in ambienti incontaminati e dispongono di tecnologie mediche capaci di guarire quasi ogni malattia. Max, un operaio cresciuto a Los Angeles, sogna fin da bambino di raggiungerla. A causa di un incidente in fabbrica, una dose mortale di radiazioni gamma gli lascia pochi giorni di vita e il suo desiderio infantile diventa così l’unica possibilità di sopravvivenza. Il personaggio, interpretato da Matt Damon, all’inizio si batte unicamente per salvare se stesso, ma nel finale si sacrifica per modificare il sistema centrale di Elysium, facendo riconoscere tutti gli abitanti della Terra come cittadini e consentendo anche a loro di accedere alle cure. Un privilegio riservato a pochi può finalmente essere esteso agli esclusi.

Di quale mondo stiamo parlando?

Le storie di “fine del mondo” si convertono spesso in narrazioni di “salvezza del mondo”, osservava già qualche anno fa la filosofa e teorica della cultura Claire Colebrook. L’umanità sull’orlo della distruzione trova, in altre parole, proprio nella catastrofe la prova della sua capacità di sopravvivere. Ma di quale mondo stiamo parlando? E chi è, esattamente, il “noi” che deve essere salvato?

Una scena del film Elysium
© Sony Picutures
Una scena del film Elysium

In Elysium, una minoranza privilegiata sulla stazione spaziale si trova già infatti in una situazione sicura e protetta, a differenza della maggior parte degli altri esseri umani, gli abitanti della Terra, che vive viceversa una normalità catastrofica. Colebrook fa notare che non si tratta di una contraddizione immaginata nel futuro di film distopici: violenza, arbitrio del potere, sfruttamento, esclusione dalle cure fanno parte della quotidianità di molte persone del nostro presente. Ma è sufficiente estendere a chi vive ai margini il benessere di pochi per trasformare un ordine sociale che produce diseguaglianze e povertà? La risposta del film di Blomkamp è ambivalente. Max, col suo sacrificio, permette l’arrivo delle cure a tutti, un obiettivo politico radicale, ma il degrado ambientale della Terra non viene affrontato, anche perché la sua soluzione narrativa non può essere l’azione di un eroe salvatore. Qualcosa di simile avviene per le crisi meno visibili del presente.

L’ecocritico Rob Nixon ha chiamato “violenza lenta” i danni cumulativi dispersi nel tempo e nello spazio provocati dai cambiamenti climatici, dalle contaminazioni chimiche, dalla deforestazione e dal peso ambientale dei conflitti, analizzato di recente da Danilo Zagaria in Guerra alla Terra. Diversamente da uragani, asteroidi o superintelligenze malvagie sfuggite improvvisamente al controllo umano, molte crisi distruttive contemporanee sono poco appariscenti e le loro responsabilità sono più difficili da ricondurre a singoli protagonisti.

La forza dell’immaginario apocalittico deriva anche dalla difficoltà di rappresentare questi processi. La studiosa di storia culturale Eva Horn in The Future as Catastrophe sostiene che i film catastrofisti contribuiscono a strutturare il rapporto moderno con il futuro, permettendo di esplorare la relazione tra conoscenza e incertezza, tra pianificazione e perdita di controllo. Essi, in altre parole, aiutano a rendere pensabile e abitabile ciò che ancora non conosciamo.

Anche Horn individua nel concetto di “catastrofe senza evento” uno degli aspetti più inquietanti delle crisi contemporanee, cioè il fatto di trovarci immersi in processi già in corso, ma senza un momento preciso che ci permetta di dire: “ecco quando sono iniziati”. La finzione ci aiuta poco a immaginare come prende forma la “violenza lenta” e quali siano le sue cause, così come, cambiando leggermente prospettiva, a riconoscerne i responsabili. Su questo terreno ci arriva in soccorso uno sguardo forse inatteso, quello della diagnosi politico-culturale della cosiddetta classe “disagiata”, cioè il ceto medio istruito che non può più realizzare le proprie aspirazioni.

La catastrofe siamo noi

Raffaele Alberto Ventura ha un’idea molto chiara a proposito: siamo noi la catastrofe, un “noi” che non coincide affatto con l’intera popolazione mondiale. A “devastare il pianeta”, scrive il saggista e ricercatore in La conquista dell’infelicità, “non è stato il Dottor Destino ma l’uomo istruito, urbanizzato, pacifico, tollerante”. Nel mirino di Ventura c’è l’essere umano occidentale borghese e il suo bisogno di autorealizzazione, il suo stile di vita fondato su consumi illimitati, vacanze, automobili, dispositivi elettronici e su un’ossessiva tensione verso la crescita personale tradotta in uno sfrenato accumulo di beni e comfort materiali. Ne deriva un’impronta ecologica catastrofica e ormai insostenibile. Ma “siamo davvero pronti ad annientare la vita sul pianeta Terra pur di diventare noi stessi?”, si chiede lo studioso, soprattutto se si tratta del bisogno di autorealizzazione di una minoranza destinata a non vedere esauditi i suoi sogni? Insomma, il “noi” che deve essere salvato rischia di coincidere con lo stesso “noi” che ha provocato la possibilità di un collasso sistemico: non l’intera umanità, ma un soggetto storico e sociale preciso.  

Tsunami nella provincia di Banten, Indonesia
© Fajrul Islam - iStock
Tsunami nella provincia di Banten, Indonesia

Attribuire l’apocalisse a una popolazione mondiale indistinta, come accade spesso nelle narrazioni hollywoodiane, significa quindi mettere sullo stesso piano responsabilità e conseguenze diversamente distribuite. Le emissioni di anidride carbonica non sono state prodotte da tutti nello stesso modo. L’aumento diffuso della temperatura non colpisce tutti nello stesso modo. Una minaccia può essere planetaria senza costituire un’esperienza uniforme. Le conoscenze raccolte dall’IPCC, (Intergovernmental Panel on Climate Change, l'organismo scientifico delle Nazioni Unite) forniscono, ad esempio, una base indispensabile per comprendere la dimensione globale del cambiamento climatico. Ma, osserva la studiosa dei rapporti tra scienza, tecnologia e società Sheila Jasanoff in A new climate for Society, rappresentare il clima in termini impersonali può allontanare i dati dai significati con cui le persone vivono ciò che sta accadendo. I numeri collegano fenomeni lontani e rendono visibili processi che nessuno potrebbe osservare da solo, ma le esperienze prendono forma in luoghi specifici, dentro relazioni e storie particolari.

Tenere assieme queste scale è un compito della comunicazione e della politica perché il consenso scientifico sull’esistenza di un problema non stabilisce da solo quali sacrifici siano accettabili, chi debba sostenerli e a chi vadano attribuite le responsabilità. Il modo diseguale in cui una minaccia sanitaria o ambientale viene vissuta pone così anche un problema di riconoscimento. Già pochi anni dopo Černobyl, il sociologo Brian Wynne, tra i principali studiosi del rapporto tra scienza, rischio e società, aveva mostrato quanto le relazioni di fiducia contassero per la credibilità degli esperti. Gli allevatori di pecore della Cumbria, nel nord dell’Inghilterra, sottoposti a restrizioni dopo la ricaduta radioattiva, contestavano le sottovalutazioni e le prescrizioni dei tecnici perché, nel loro paternalistico tentativo di minimizzare l’incertezza scientifica, non tenevano conto delle competenze locali.  Gli allevatori giudicavano insufficiente anche la capacità delle istituzioni di conoscere la loro vita e di ammettere i limiti del proprio sapere. Il senso di tradimento nei confronti delle autorità fu parzialmente ridotto solo quando alcuni ricercatori si recarono personalmente nelle fattorie, soggiornandovi per diversi giorni e instaurando conversazioni informali con i contadini sul processo scientifico. Quando, in altre parole, ci fu uno sforzo, per quanto incompleto, di costruire un “noi” condiviso.

L’importanza della fiducia tra scienza e società

Prima ancora di chiedere se il pubblico crede a una previsione possiamo dunque domandarci, seguendo Wynne, se le persone si riconoscono nel soggetto collettivo al quale quella previsione si rivolge. Una comunicazione può essere scientificamente corretta e tuttavia risultare poco credibile se nasconde chi produce il rischio e chi ne sopporta le conseguenze. Il cinema catastrofico offre una forma riconoscibile e spettacolare a queste tensioni. Senza attribuirgli responsabilità dirette sulla qualità della fiducia tra scienza e società, esso rende visibili alcuni errori ricorrenti nella comunicazione pubblica del rischio, in particolare il ridimensionamento dell’incertezza e la sottovalutazione delle condizioni molto diverse nelle quali una minaccia può essere affrontata. La fiducia richiede invece che queste differenze possano entrare nella comunicazione e contare nelle decisioni, come ci insegna Wynne.

Da questo punto di vista, più che riguardo al destino della Terra, Elysium finisce per interrogarsi sul soggetto da salvare. Ci indica che il "noi" può essere trasformato, non è un dato naturale. Costruire un “noi” credibile richiede di rendere visibile chi è escluso, anche nella comunicazione scientifica, e di intervenire politicamente sulle condizioni della sua esclusione. Non basta promettere di salvare il mondo se quel mondo continua a essere abitabile soltanto per alcuni.

Claire Colebrook, End-times for humanity, https://aeon.co/essays/the-human-world-is-not-more-fragile-now-it-always-has-been, aeon.co (ultima consultazione: 20 settembre 2026).

Rob Nixon, Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, Cambridge (Massachusetts), Harvard University Press, 2011.

Danilo Zagaria, Guerra alla Terra. Conflitti armati e crisi ecologica, Torino, add editore, 2026.

Eva Horn, The Future as Catastrophe. Imagining Disaster in the Modern Age, trad. di Valentine Pakis, New York, Columbia University Press, 2018.

Raffaele Alberto Ventura, La conquista dell’infelicità. Come siamo diventati classe disagiata, Torino, Einaudi, 2025.

Sheila Jasanoff, A New Climate for Society, Theory, Culture & Society, vol. 27, nn. 2–3, 2010, pp. 233–253, .

Brian Wynne, Misunderstood Misunderstanding: Social Identities and Public Uptake of Science, Public Understanding of Science, vol. 1, n. 3, 1992, pp. 281–304.

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Nico Pitrelli

Nico Pitrelli

Giornalista, comunicatore della scienza, direttore del Master in Comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste.