Non è solo un numero
IL CLIMA CAMBIA. E NOI?

Non è solo un numero

Che cosa significa superare 1,5 °C di riscaldamento globale? Ogni decimo di grado conta: cambiano i rischi, le possibilità di limitarli e il peso delle disuguaglianze climatiche

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Un grado e mezzo (1,5 °C) non è un numero qualunque. Ha un preciso significato scientifico, emerso da decenni di ricerca sui rischi climatici di un mondo più caldo di quello preindustriale, e politico, nel momento in cui è stato assunto come obiettivo globale con l’Accordo di Parigi del 2015. Ma che cosa significa, esattamente, parlare di 1,5 °C? Significa avere una temperatura media della Terra, vicino alla superficie, un grado e mezzo più alta rispetto a quella del periodo preindustriale, cioè rispetto alla seconda metà dell’Ottocento, prima che l’uso massiccio di carbone, petrolio e gas e che altre attività umane modificassero in modo significativo la composizione dell’atmosfera. Nel 2015, con l’Accordo di Parigi, la comunità internazionale adottò una formulazione molto netta relativa agli impegni che le nazioni si sarebbero dovute assumere: “mantenendo l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e proseguendo l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali, riconoscendo che ciò potrebbe ridurre in modo significativo i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici”.

Ogni anno, nel mese di novembre, i Paesi del mondo si riuniscono in occasione della Conferenza delle Parti (COP), il principale appuntamento politico internazionale sul cambiamento climatico. E ogni anno, nelle settimane o nei mesi che precedono la COP, le Nazioni Unite pubblicano rapporti e analisi che fanno il punto sulla situazione climatica e sulle distanze ancora da colmare. Il 2 settembre di quest’anno è uscito l’ultimo rapporto dell’UNEP, il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite, intitolato Limiting Overshoot – Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return, che si potrebbe tradurre come “Limitare il superamento – Affrontare l’andare oltre 1.5 °C e i percorsi per tornare indietro”. La tempistica è, come si diceva, significativa: la prossima COP, la trentunesima, si terrà ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre.  Il rapporto dell’UNEP, arrivato dopo un’estate che in mezza Europa non ha lasciato tregua per le successive ondate di calore, parte da una constatazione che oggi non è più possibile ignorare: il superamento di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali è considerato inevitabile e potrebbe verificarsi già nei prossimi anni. Un chiarimento è subito necessario. Superare temporaneamente 1,5 °C (come successe nel 2024) non significa aver oltrepassato in modo definitivo la soglia dell’Accordo di Parigi. Quella soglia riguarda il riscaldamento medio globale di lungo periodo.

E quindi che cosa succederà?

Il problema è che, a mano a mano che le temperature si avvicinano a +1,5 °C e li superano con maggiore frequenza, aumenta la probabilità di entrare in un periodo in cui il riscaldamento medio resterà stabilmente oltre quel livello. Se da un lato, quindi, quanto riportato nel rapporto dell’UNEP non dovrebbe essere interpretato automaticamente come una partita completamente persa rispetto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, dall’altro c’è bisogno di capire cosa succederà una volta avvenuto il superamento: di quanto la temperatura salirà oltre il grado e mezzo, per quanto tempo vi resterà, e se sarà possibile riportarla successivamente verso il basso e stabilizzarla. Nello scenario di overshoot più contenuto, il riscaldamento futuro potrebbe raggiungere un picco intorno a 1,8 °C, e poi diminuire. Altri percorsi portano invece a un riscaldamento superiore ai 2 °C. Una differenza che si tradurrebbe in più eventi estremi, maggiori rischi per la sicurezza alimentare e idrica, più danni agli ecosistemi e maggiori difficoltà per le comunità che dovranno adattarsi.

Ogni frazione di grado conta

Vale la pena dirlo chiaramente: il rapporto UNEP non aggiunge nuova conoscenza scientifica. Conferma, con più urgenza, ciò che l'IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, scriveva già nel suo rapporto speciale “Global Warming of 1.5°C” del 2018: 1,5 °C e 2 °C di temperatura in più rispetto al periodo preindustriale non sono equivalenti, e ogni frazione di grado conta. Nel 2018, quando eravamo a circa +1 °C di riscaldamento medio globale, limitare il riscaldamento futuro a 1,5 °C era ancora possibile ma richiedeva, citando il rapporto, “trasformazioni rapide e di vasta portata” in energia, trasporti, industria, edifici, città e uso del suolo. Restare entro 1,5 °C avrebbe comportato rischi molto inferiori rispetto a 2 °C: meno eventi estremi, minore innalzamento del mare, minori rischi per acqua, cibo e salute, e soprattutto minori danni agli ecosistemi. Alcuni esempi erano molto forti: a 1,5 °C la perdita delle barriere coralline era stimata al 70-90%, mentre a 2 °C sarebbe stata oltre il 99%; l'innalzamento medio del mare al 2100 sarebbe stato circa 10 cm inferiore nello scenario a 1,5 °C rispetto a 2°C. Già nel 2018, inoltre, l'IPCC considerava gli scenari di overshoot possibili: superare temporaneamente 1,5 °C per poi tornare sotto la soglia entro il 2100. Il tornare indietro, però, avrebbe richiesto una forte dipendenza dalla nostra capacità di rimuovere l’anidride carbonica, CO₂, dall'atmosfera, con tecnologie ancora incerte e potenzialmente rischiose su larga scala.

Oggi, a +1,3-1,4 °C di riscaldamento rispetto ai livelli preindustriali, la domanda non è più “come facciamo a non superare 1,5 °C?”, ma come “gestiamo il mondo che probabilmente attraverserà quella soglia?”. La risposta non è tuttavia molto diversa, è la marcia da inserire che deve cambiare.

La mitigazione…

Il primo passo resta la mitigazione. In parole semplici, significa evitare che il pianeta continui a scaldarsi alla velocità attuale riducendo rapidamente e in modo duraturo le emissioni di gas serra di origine antropica, fino ad arrivare a emissioni nette pari a zero. “Nette” significa che le eventuali emissioni residue devono essere compensate da una quantità equivalente di CO₂ rimossa dall’atmosfera, grazie all’azione delle foreste, degli oceani, dei suoli. Il cuore della mitigazione sta nel settore energetico: abbandono dei combustibili fossili, uso delle fonti rinnovabili, efficienza energetica. Ma deve interessare tutti i settori: trasporti, industria, edilizia, agricoltura, allevamenti e sistema alimentare. Non esiste nessuna scorciatoia tecnologica che si possa sostituire a questo passo, cioè alla riduzione delle emissioni a monte. Su questo punto, il rapporto dell’UNEP affronta anche la questione della rimozione del carbonio (Carbon Dioxide Removal, CDR) - l’insieme di tecnologie e pratiche per rimuovere CO₂ dall’atmosfera e immagazzinarla in modo duraturo - affermando che potrà essere necessaria solo in aggiunta alla riduzione delle emissioni, non in sua sostituzione. In altre parole, la CDR non è un modo per continuare a emettere CO₂ contando sul fatto che qualcuno, o qualcosa, la rimuoverà successivamente.

…e l’adattamento

Il secondo passo per affrontare la crisi climatica è l’adattamento. Una parte del cambiamento climatico è ormai inevitabile e le persone, le città, le infrastrutture, l’agricoltura e gli ecosistemi devono e dovranno essere messi nelle condizioni di affrontarlo. Mitigazione e adattamento, però, non sono alternative. Sono azioni sinergiche. Una mitigazione insufficiente aumenta gli impatti e, di conseguenza, anche il bisogno di adattamento. Allo stesso tempo, un adattamento che non tenga conto della traiettoria futura delle temperature rischia di diventare rapidamente insufficiente dopo una manciata di anni. Esistono anche interventi capaci di fare entrambe le cose. Un esempio è il raffrescamento passivo delle città: progettarle in modo da ridurre il bisogno di energia per raffrescare gli difici significa adattarsi a temperature più elevate e, allo stesso tempo, ridurre i consumi e le emissioni.

Ma che cosa succede quando non è più possibile adattarsi? Quando un ecosistema ha superato una soglia, quando un territorio non può essere più protetto, quando una comunità perde le proprie case, i propri terreni, la propria fonte di reddito a causa di eventi estremi, innalzamento del livello mare, dissesto geo-idrologico? Qui il problema del cambiamento climatico diventa una questione di responsabilità: chi sostiene i costi di ciò che non è stato possibile evitare? Il disastro avvenuto al confine tra Nepal e Tibet il 26 agosto 2026 offre un esempio drammatico e molto concreto. Un crollo di roccia e ghiaccio ha provocato una devastante alluvione, distruggendo abitazioni, strade e infrastrutture, strutture idroelettriche, e vite umane. Il governo del Nepal, chiedendo non aiuti ma risarcimento, sta (ri)portando al centro del confronto internazionale la questione della giustizia climatica: i Paesi che, come il Nepal, contribuiscono in misura minima alle emissioni globali di gas serra sono anche quelli maggiormente esposti agli effetti del cambiamento climatico, maggiormente esposti alle perdite e ai danni.

Un alluvione in Nepal nel 2024
© AP Tolang - iStock
Un alluvione in Nepal nel 2024

Anche qualora si riuscisse a riportare la temperatura sotto 1,5 °C dopo essere stati per alcuni anni sopra la soglia, molte nazioni e comunità dovrebbero affrontare perdite irreversibili e condizioni pesantemente modificate. Come si riorganizzeranno i mezzi di sussistenza di comunità che non potranno più tornare alla condizione precedente? Chi pagherà? Il concetto di Perdite e danni - loss and damage – entra formalmente nei negoziati ONU sul clima nel 2007, alla COP13 di Bali. Dopo un percorso non breve, alla COP27 di Sharm el-Sheikh, nel 2022, i Paesi decisero di creare nuovi meccanismi di finanziamento e un fondo specifico per rispondere alle perdite e ai danni nei Paesi in via di sviluppo, particolarmente vulnerabili, un fondo reso poi operativo alla COP28 di Dubai, nel 2023. La pressione dei Paesi più vulnerabili e meno responsabili storicamente delle emissioni, che sostenevano da anni che non fosse sufficiente dire loro semplicemente di “adattarsi”, è stata determinante per vedere quel fondo nascere.

Vale sempre la pena parlare di clima

L’impressione di molti è che le notizie sul clima, i rapporti internazionali e gli esiti delle COP ripetano sempre cose già dette, cose che sappiamo già. E forse è anche per questo che, a volte, i numeri smettono di sorprenderci. Ma dietro un numero c’è molto più di quello che sembra. Un grado e mezzo non è un semplice interruttore che accende la crisi climatica: ogni decimo di grado in più (o in meno) cambia i rischi che dovremo affrontare e le possibilità che avremo di limitarli. Ecco perché vale sempre la pena parlare di clima. Perché tra un numero e l’altro, tra un rapporto e una COP, ci sono decisioni politiche, economiche e tecnologiche che possono cambiare il futuro. E se oggi l’azione politica non è purtroppo ancora all’altezza della dimensione del problema, questo non significa che il futuro sia già scritto. Significa che il margine di scelta si restringe ogni volta che si rimanda una decisione. La scienza ci dice dove siamo e quali rischi stiamo correndo; la politica decide, in larga parte, quanto velocemente e in quale direzione muoverci. Non tutto dipende dalle nostre scelte individuali, e non tutto è nelle nostre mani, ma molto passa ancora dalle decisioni che prendiamo come società e dalla capacità di chiederne conto a chi governa.

In questa rubrica proverò quindi a partire dalla scienza per parlare non solo di cosa sta succedendo al clima, ma anche di cosa davvero significa, di quali alternative abbiamo ancora davanti e di quale mondo possiamo scegliere di costruire.

Fonti principali

Elisa Palazzi

Elisa Palazzi

Fisica del clima e docente all'Università di Torino è anche divulgatrice e autrice.