Un nuovo modello di città. A prova di cambiamento climatico
ABITARE LA TERRA

Un nuovo modello di città. A prova di cambiamento climatico

Le città si scaldano più in fretta e le ondate di calore mettono alla prova chi le abita. Da Medellín a Phoenix, fino a Milano, alberi, corridoi verdi e "città spugna" mostrano come ripensare gli spazi urbani per affrontare le trasformazioni in atto e quelle che verranno

Luis Echeverri Urrea - iStock

Non avevo mai vissuto a Milano prima d’ora, e ho avuto la brillante idea di trasferirmi in questa città a poche settimane dalla prima delle tante ondate di calore che hanno “allietato” l’Italia nell’estate del 2026. Non penso di aver mai sentito più caldo in vita mia. E non solo per le temperature in sé, ma per il famigerato “effetto isola di calore urbana”, che non avevo mai vissuto con la forza con cui si manifesta a Milano, che è una delle città più inquinate d’Europa (760a su 761 città monitorate dall’Agenzia Ambientale Europea). E l’inquinamento, insieme alla cementificazione, ingigantisce l’isola di calore urbana. Guardando alle previsioni per il prossimo futuro, però, ho pensato che dovrei correggermi: forse non vivrò mai più un’estate così fresca, soprattutto se rimarrò in città.

I paradossi degli spazi urbani

Le città, soprattutto quelle più grandi, stanno diventando rapidamente gli spazi più inospitali del pianeta. È un paradosso: proprio i luoghi che abbiamo costruito per essere i più sicuri, i più accoglienti, i più umani (forse anche troppo), si stanno trasformando nell’esatto contrario. E la ‘colpa’ è ancora una volta nostra: le città sono state modellate sul clima stabile e soprattutto prevedibile dell’Olocene – il periodo geologico iniziato con la fine dell’ultima glaciazione, circa 10-11.000 anni fa, e secondo alcuni finito con l’avvento dell’Antropocene. Di certo, non sono state pensate per offrire riparo dalle bizze di una natura che sembra ‘impazzita’, ma che in realtà sta rispondendo alle nostre umane imposizioni nella maniera in cui risponderebbe qualunque sistema complesso: in modo tanto complesso da risultarci imprevedibile.

Secondo uno studio globale che ha coinvolto 520 tra le più importanti città del pianeta, entro il 2050 circa il 77% dei centri urbani vedrà il proprio clima cambiare e diventare più simile a quello subtropicale: le città dell’emisfero nord saranno più calde, quelle dell’emisfero sud più secche. In questo ruolo di hotspot climatici, le città incarnano un altro paradosso: da un lato, con la loro concentrazione di attività impattanti, contribuiscono molto ad aggravare il cambiamento climatico; dall’altro, sia le infrastrutture sia i loro abitanti sono particolarmente vulnerabili alle conseguenze del cambiamento climatico che contribuiscono a esacerbare.

Queste problematiche hanno – almeno nell’arena politica internazionale – una soluzione prioritaria: l’adattamento. Come ha mestamente confermato l’ONU, d’altronde, la finestra temporale in cui avremmo potuto (e dovuto) fermare il cambiamento climatico, concentrandoci soprattutto sulle azioni di mitigazione, si è chiusa, almeno per ora. In un mondo che sta già superando il grado e mezzo di aumento della temperatura (ricordiamo che questa è la media globale, ma localmente i picchi potranno essere anche molto più alti), diventa urgente prepararsi al futuro, trovando modi per sopravvivere.

Iniziamo ad agire su scala locale

Le metropoli, in questa nuova sfida per l’adattamento, sono in prima linea: non solo perché sono hotspot, cioè luoghi in cui il cambiamento è più veloce e più intenso, ma anche perché lì si concentra gran parte della popolazione mondiale, e le proiezioni indicano che questa tendenza proseguirà nei prossimi decenni (nel 2050, circa il 70% della popolazione mondiale sarà urbana, contro il circa 55% attuale). Trasformare le città da trappole invivibili a luoghi resilienti è uno snodo irrinunciabile, quindi, per portare la società su una rotta più sostenibile: per garantire a noi stessi (e agli altri esseri viventi) valide strategie di adattamento.

A luglio 2026 si è tenuta la revisione di medio termine di uno dei più importanti strumenti che la diplomazia ambientale abbia prodotto per guidare questa trasformazione: la New Urban Agenda, il documento ufficiale, approvato a ottobre 2016 a Quito in Ecuador, che definisce gli standard per città e comunità sostenibili, in linea con l’obiettivo 11 dell’Agenda 2030, quello che si pone come obiettivo di rendere gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili. Nel suo discorso di apertura del summit, Amina Mohammed, vicesegretaria generale delle Nazioni Unite, ha sottolineato il ruolo dei centri urbani in questo percorso, accidentato ma senza scorciatoie, verso la sostenibilità: “Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dovranno essere raggiunti in primo luogo su scala locale, o non verranno raggiunti per niente”. E il livello al quale si gioca la partita è quello delle città, dal cui sviluppo dipendono l’accesso all’istruzione, alle cure, a un ambiente sano e alle pari opportunità per un numero crescente di persone.

Siamo indietro sull’implementazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, è vero. Ma se qualcosa si sta muovendo, è nelle grandi città del pianeta. La scorsa COP sul clima, tenutasi nella città amazzonica di Bélem in Brasile, ha ospitato il Cities and Regions Hub, un evento che ha permesso di mostrare al pubblico (molto numeroso) e ai decisori politici quanto le amministrazioni locali di tutto il mondo si stiano spendendo per mettere in pratica gli accordi sottoscritti dai più alti rappresentanti politici nei consessi internazionali. La prossima COP – la numero 31, che si terrà ad Antalya, in Turchia – darà ancora spazio alle città, rappresentate all’ONU dalla Local Governments and Municipal Authorities (LGMA) Constituency. Questa negozierà come se fosse un corpo unico, presentando una posizione condivisa che rappresenta gli interessi di oltre metà dell’umanità.

Molto si sta muovendo, dunque, e anche nei Paesi dove i governi nazionali sono più renitenti a mettere in campo azioni concrete di adattamento e mitigazione (l’Italia, per dirne uno, anche se il caso più eclatante è quello degli Stati Uniti, che sotto la guida dell’attuale presidente Trump hanno abbandonato la convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico), le città stanno lentamente avviando la loro trasformazione. Diversi casi si trovano nel Sud globale, dove vive buona parte della popolazione mondiale e dove gli effetti del cambiamento climatico sono particolarmente accentuati.

Tre casi virtuosi

Medellín è al secondo posto in Colombia per numero di abitanti, ed è nota come la città dell’eterna primavera per il suo clima mite. Il cambiamento climatico, l’urbanizzazione e l’inquinamento sono arrivati anche lì con ondate di calore e siccità. Nel 2016, l’amministrazione di Medellín ha deciso di intervenire con un piano ambizioso che, nel tempo, ha fatto scuola.

Si tratta infatti di un esempio da manuale di nature-based solutions: interventi che non richiedono grande complessità tecnologica, ma sfruttano soluzioni offerte dal mondo naturale. Questo modello si è tradotto nel progetto dei Corredores Verdes: dal 2016 a oggi sono stati creati oltre trenta corridoi ecologici, che connettono le aree verdi della città attraverso reti di piante: ne sono state piantate diversi milioni. Tra i molti benefici di questa soluzione vi sono l’abbassamento della temperatura del suolo in prossimità dei corridoi ecologici, l’aumento delle zone di ombra, che offrono rifugio dal caldo, il miglioramento della qualità dell’aria (le aree verdi fungono da barriera contro l’inquinamento atmosferico) e, non meno importante, la creazione di habitat sicuri per la fauna selvatica.

Il progetto è ancora in piedi, ben voluto dai cittadini e sta ispirando altre città della Colombia. L’aumento della copertura vegetale cittadina, inoltre, ha un impatto positivo anche dal punto di vista sociale: un accesso più equo a parchi e zone boscate migliora la qualità della vita e tutela la salute. Non è un caso che le linee guida per città sostenibili e inclusive promuovano la regola del 3-30-300: ogni cittadino dovrebbe poter vedere tre alberi dalla propria finestra, ogni quartiere dovrebbe avere almeno il 30% della propria superficie coperto da alberi, e nessuno dovrebbe vivere a più di 300 metri da un parco pubblico in buone condizioni.

Il caso virtuoso di Medellín mostra che per ridurre gli effetti del cambiamento climatico non servono budget stellari: nel corso di dieci anni, i corridoi ecologici sono costati circa quindici milioni di dollari in totale.

Ma l’adattamento basato sulla natura non è praticato soltanto quando è l’opzione più economica, in un contesto di risorse scarse: anche alcune delle città più ricche del mondo stanno adottando approcci di questo tipo. Nell’altra metà del continente americano c’è un’altra realtà che, seppur sostenuta da un contesto socio-economico ben diverso da quello colombiano, si sta facendo notare per l’efficacia delle proprio politiche climatiche: Phoenix, in Arizona.

La città statunitense porta avanti il suo obiettivo di sostenibilità in barba alla risaputa ostilità del governo federale per questo genere di azioni. Guidata oggi dalla sindaca Kate Gallego, è un esempio di come utilizzare in modo efficace le nature-based solutions per limitare l’aumento delle temperature nell’area metropolitana (la più calda del Paese), proteggendo la salute dei suoi cittadini.

Phoenix si trova  in una delle zone più colpite dal riscaldamento globale negli Stati Uniti. Nel 2024, l'amministrazione ha promosso il "Shade Phoenix Plan", che prevede la piantumazione, entro 5 anni, di 27.000 nuovi alberi e la costruzione di centinaia di pensiline per creare zone d'ombra. Tutto con il coinvolgimento diretto dei cittadini.
© Sean Pavone - iStock
Phoenix si trova in una delle zone più colpite dal riscaldamento globale negli Stati Uniti. Nel 2024, l'amministrazione ha promosso il "Shade Phoenix Plan", che prevede la piantumazione, entro 5 anni, di 27.000 nuovi alberi e la costruzione di centinaia di pensiline per creare zone d'ombra. Tutto con il coinvolgimento diretto dei cittadini.

La parola d’ordine è semplice: rinverdire. Sono nati quindi programmi che coinvolgono direttamente gli abitanti, soprattutto nei quartieri più caldi, quelli con la minore copertura vegetale. I cittadini sono ingaggiati nei progetti di piantumazione di nuovi alberi e nella cura del verde: vengono formati, contribuiscono a pianificare gli interventi e poi vi prendono parte attivamente. Altre misure includono l’obbligo che le aree di nuova costruzione siano coperte di vegetazione per almeno il 75%, e l’applicazione di trattamenti raffreddanti sulle superfici di strade ed edifici. Infine, è attiva da anni una rete sociale che offre riparo e protezione contro il caldo estremo, garantendo l’accesso a luoghi freschi e a cure mediche a chi ne ha bisogno.

Come afferma proprio Kate Gallego in un articolo sul Guardian firmato insieme a Emmanuel Grégoire e Beppe Sala, rispettivamente sindaci di Parigi e di Milano, “Phoenix ha imparato, spesso a proprie spese, che il caldo estremo non può essere trattato solo come un evento meteorologico. È un fenomeno che plasma le decisioni sui trasporti, sull’abitare, sulla gestione degli spazi pubblici, e sulla pianificazione delle emergenze”. Non si può pensare di agire in emergenza, ma bisogna pianificare, così che l’emergenza non ci colga di sorpresa.

ll SUDS ( “Sistema di Drenaggio Urbano Sostenibile”), oltre a trasformare un’infrastruttura grigia in una verde, mira a migliorare il drenaggio urbano aumentando la capacità di deflusso delle acque raccolte dalla piattaforma stradale e a mitigare il rischio idraulico riducendo l’afflusso di acque in fognatura durante gli eventi meteorici estremi.
© MM La tua acqua
ll SUDS ( “Sistema di Drenaggio Urbano Sostenibile”), oltre a trasformare un’infrastruttura grigia in una verde, mira a migliorare il drenaggio urbano aumentando la capacità di deflusso delle acque raccolte dalla piattaforma stradale e a mitigare il rischio idraulico riducendo l’afflusso di acque in fognatura durante gli eventi meteorici estremi.

Adattarsi: è quello che sta provando a fare anche Milano. Ho da poco scoperto che ogni giorno, mentre vado al lavoro, passo sopra la prima SUDS della città: l’acronimo sta per “Sistema di drenaggio urbano sostenibile”, e quello vicino al mio ufficio è il primo dei molti interventi che puntano a rendere Milano e l’intera area metropolitana, con i comuni dell’hinterland, una “città spugna”, come Barcellona o  Copenaghen. Questo progetto è una delle misure previste dal PAC, il “Piano Aria e Clima” approvato dal Consiglio comunale nel 2022, che prevede 49 azioni per migliorare la salute dei cittadini, ridurre i consumi energetici e i rifiuti e rendere la città meno vulnerabile agli estremi climatici a cui, purtroppo, ci stiamo abituando. Uno degli obiettivi più ambiziosi del PAC è limitare, entro il 2050, l’aumento della temperatura in città a 2 gradi rispetto alla media preindustriale.

Questione di scelte

Se davvero il PAC continuerà a tradursi in interventi sul territorio, e se davvero, in giro per il mondo, gli amministratori locali continueranno a lavorare in prima linea per l’adattamento a prescindere da quanto si deciderà (o meno) nelle sedi negoziali di alto livello, forse le prossime estati cittadine saranno meno invivibili di quanto temiamo. Gli effetti del cambiamento climatico non sono inarrestabili: i danni causati dal prossimo violento temporale, la sopportabilità della prossima ondata di calore dipendono dalle scelte che ogni città prende su come trattare il proprio suolo, le proprie strade, i propri parchi, sul coinvolgimento della cittadinanza e sulla redistribuzione dei rischi e dei benefici ambientali. Città come Milano, Phoenix, Medellín e molte altre stanno facendo le scelte giuste, e io sono fiduciosa che potrò vivere altre estati più fresche di quella del 2026. È un obiettivo modesto, forse. Ma in un mondo in fiamme, renderlo anche solo un po’ meno inospitale per più persone possibile è già abbastanza.

Fonti principali

Sofia Belardinelli

Sofia Belardinelli

Ricercatrice in etica ambientale e giornalista scientifica.