Le piace il cinema espressionista tedesco?
SI PUÒ FARE!

Le piace il cinema espressionista tedesco?

Da Fantozzi a Guerre Stellari, passando per Fantasia e improbabili horror: un viaggio ironico e affettuoso nei cinema degli anni Settanta, dove nasce un amore per il grande schermo e per lo stupore che non ha età

demaerre - iStock

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“Le piace il cinema espressionista tedesco?”. Era questa la domanda che il potentissimo professor Guidobaldo Maria Riccardelli poneva a Fantozzi, in preda a delirio cinefilo il primo e speranzoso di ottenere qualche vantaggio rispondendo il secondo. E io, come il ragionier Ugo, posso dire oggi come lui allora: “Io amo il cinema espressionista tedesco!”.

E questo amore è cresciuto attraverso diversi step secondo l’età, da bambino, da adolescente, da universitario e poi anche da adulto professionista, seppure il destino mi abbia portato a lavorare in un campo ritenuto avversario e carnefice del cinema stesso: la televisione.

Sono cresciuto negli anni Settanta quando questo elettrodomestico era ancora uno scatolone di legno, plastica e vetro con un posto d’onore nel salotto di casa. Altre famiglie gli riservavano un più umile angolo in cucina o nel tinello (esistono ancora i tinelli?). L’audio era intubato e su uno schermo minuscolo passavano immagini in bianco e nero dalla definizione precaria a causa della sintonia che si cercava muovendo nervosamente l’antenna.

Eppure era già una (piccola) fonte di stupore perché ci portava quelle immagini in movimento che altrimenti potevamo vedere solo al cinema. Erano anni in cui ci sbalordiva l’Aquafresh che usciva a onde colorate dal tubetto del dentifricio, figuratevi la meraviglia vera che provavamo quando nel buio di una sala lo schermo si colorava e dalle casse acustiche uscivano suoni potentissimi, quelli che a casa sembravano in miniatura.

La magia del cinema al cinema era ed è quasi banale: come ha detto Jean-Luc Godard il cinema è fatto per essere visto su uno schermo più grande di noi, mentre la televisione rimarrà sempre su uno schermo più piccolo di chi la vede e, per quanto i maxi schermi casalinghi si siano ingranditi a dismisura e possiamo disporre di home theatre avvolgenti, la differenza io la sento ancora.

Come vediamo i film in sala non li vedremo mai a casa e niente mi potrà restituire le tante prime volte in cui, vedendo un film su grande schermo, ho provato un’emozione inedita e sconvolgente. Non ricordo la primissima occasione (qualcosa dall’impatto paragonabile alla freudiana scena primaria), ma mia madre pensa che fosse per vedere Fantasia, in una delle tante riproposizioni in sala, a 3 o 4 anni d’età. Ed era un film bello tosto, eh? Alcune sequenze erano proprio horror, come quella che illustrava Una notte sul Monte Calvo di Modest Musorgskij, ma anche l’incubo di Topolino apprendista stregone era parecchio inquietante. Ecco: se il mio immaginario cinematografico ha cominciato a comporsi in quel momento, forse posso capire meglio quella sottile ansietudine che mi porto dietro da sempre.

Voi vi ricordate il primo film visto, quella emozione originale che poi abbiamo tutti cercato di ritrovare negli anni a venire?

Una scena del film Fantasia
Una scena del film Fantasia

Dopo questa inquietante Fantasia è stata tutta discesa: oggi si sta attenti a cosa far vedere ai bambini, all’epoca era assolutamente casuale ed è così che ho visto il truce La gang dei doberman, con cani rapinatori eterodiretti da un rapinatore cane che non voleva esporsi. Ma anche lo scarsissimo Il triangolo delle Bermude, un soft horror il cui ricordo ancora oggi mi dà i brividi, ma per la bruttezza del film: c’era una bambola assassina recuperata in mare aperto che regalava morti creative, come essere dilaniati da un’elica o schiantati dalla caduta di colonne di marmo di un’improbabile Atlantide sottomarina, cosucce così. E cosa dire del plateale I sopravvissuti delle Ande con cannibalismo necrofilo ad alta quota, ma con scene evidentemente girate in studio?

Il film più assurdo era risultato il geograficamente incerto Tarzan in India, visto gratis in una sala di terza visione, gratis perché nell’intervallo tra i due tempi si subiva una micidiale vendita di pentolame, giuro.

Tutte scelte cinematografiche infelici, certo, però quanto era bella questa fantasia senza limiti e senza logica: a posteriori, sono contentissimo di avere nella mia collezione questi fetecchioni e ogni volta che mi ricapitano su un remoto canale tivù molto avanti sul telecomando, beh, li rivedo senza esitazione alcuna.

Ovviamente c’erano anche altri film, più o meno nobili, pensati per un pubblico infantile, come i tanti classiconi della Disney (su tutti La carica dei cento e uno e Il libro della giungla, il cui ricordo è stato rivivificato da adulto dalla visione soddisfattissima con le figlie) o quelli interpretati da Adriano Celentano (come dimenticare il fantastico Bluff?). Ma non solo: avevo avuto anche l’immensa fortuna di incappare nel ritorno in sala di due masterpiece assoluti come Jesus Christ Superstar e Frankenstein Junior, diventati ovviamente stracult personali. (E a proposito del capolavoro di Mel Brooks, è chiaro da dove venga il nome della mia rubrica, no?). 

In quinta elementare poi una nuova emozione: sono andato al cinema senza adulti a fianco. L’occasione la dava il rassicurante cinema parrocchiale in cui poi avrei passato diverse domeniche pomeriggio. Mi ero sentito molto adulto a vedere insieme a dei compagni di scuola I gladiatori, un “sandalone” (del 1954!): sullo schermo si avvicendavano personaggi storici come Messalina, l’imperatore Claudio e Caligola, ma l’eroe era il più modesto schiavo cristiano Demetrio, quando la gente veniva allegramente buttata nel Colosseo a combattere per la vita. Era un film apparentemente educativo, ma in realtà c’erano anche passione, tradimenti, duelli e tanto sangue, cosa che eccitava il furioso pubblico di bambini: un prete passava tra le file tra lanci di palline, urla e risse, illuminando con una pila i più esagitati e fermando chi correva nei corridoi. Poi arrivava l’intervallo e ci si calmava con i tacchetti di liquirizia (sogno ancora quel profumo!) o con noccioline salate che regalavano un’arsura desertica nel secondo tempo.

Intanto tra le mie nonne s’era instaurata una sorta di competizione mistica, come per guadagnarsi il paradiso per interposta persona (cioè attraverso il nipote): la nonna paterna aveva messo l’asticella molto in alto portandomi a vedere il Gesù di Nazareth di Zeffirelli nella versione torrenziale che riduceva lo sceneggiato televisivo a 4 ore e mezza per le sale. Mi era andato il cervello in pappa, tra cast stellare, costumi e location ricchissimi, scene madri, parabole e miracoli: Gesù lo ero diventato io, messo in croce e risorto uscendo dal cinema per cena, dopo che ero entrato nel primo pomeriggio.

La nonna materna aveva risposto con il classico spagnolo Marcellino pane e vino, cui erano bastati solo 85 minuti per vincere a mani basse. Se non conoscete la storia del film si tratta praticamente dell’infanticidio del povero orfanello Marcellino che – parlando a un crocefisso – aveva espresso incautamente il desiderio di rivedere la madre defunta. E non vuoi accontentarlo? E così Marcellino spira beatamente e va in cielo per un ricongiungimento familiare decisamente cringe, come dicono i giovani oggi.

E se vedevo solo alcuni film durante l’anno scolastico, era in vacanza che mi scatenavo, quando il cinema era un modo pratico e veloce per i miei genitori per garantirsi una cena senza i figli. È così che, al mare o in montagna, ho potuto vedere il primo fantastico Fantozzi (con pianto epocale di mia sorella seienne all’ennesimo affronto subito dal travet interpretato da Paolo Villaggio), il coloratissimo Grease, l’immortale Altrimenti ci arrabbiamo, apice creativo della coppia Bud Spencer e Terence Hill, e il primo memorabile Guerre Stellari, in quel caso accompagnato da mia madre poi pentita a tal punto da offrirmi nell’intervallo la favolosa cifra di 10mila lire per uscire, tanto era scocciata. Avevo resistito dimostrando una scarsa capacità imprenditoriale, ma un’evidente inclinazione per il sense of wonder che sarebbe continuata anche approdando alle scuole medie. Ma quello è un altro decennio e una storia che affronteremo un’altra volta.

Paolo Villaggio in uno scatto di scena sul set del film Fantozzi (1975) di Luciano Salce. © LaPresse
Paolo Villaggio in uno scatto di scena sul set del film Fantozzi (1975) di Luciano Salce. © LaPresse

Tutti i titoli che ho citato fin qui ci dicono invece qualcosa di quegli anni Settanta e tantissimo di me: sono rimasti film formativi, grazie ai quali sono cresciuto e su cui ho costruito il mio universo simbolico (e alla fine anche reale).

Quand’è l’ultima volta che siete usciti da un cinema sentendo che eravate diversi, che qualcosa nel vostro profondo si era smosso? Fate che non sia davvero quella, l’ultima volta, e che ce ne siano altre ancora e poi ancora di nuovo: lo stupore non ha età.

Dziga Cacace

Dziga Cacace

Autore televisivo, scrive di musica, libri e soprattutto di cinema.