La casa delle storie
ARTE

La casa delle storie

Frida Kahlo accanto a Batman, Norman Rockwell e Maurice Sendak, i manga e il landspeeder di Luke Skywalker: a Los Angeles ha aperto il Lucas Museum of Narrative Art, dedicato alle immagini che raccontano storie e a un bisogno antico quanto l'umanità, quello di condividerle

Hufton+Crow/Lucas Museum of Narrative Art

Un autoritratto di Frida Kahlo. A pochi passi, i celebri cani che giocano a poker dipinti da Cassius Marcellus Coolidge. E, poco più in là, la tuta di Batman indossata nel Cavaliere oscuro. In quasi ogni altro museo del mondo un accostamento del genere sarebbe impensabile. Qui, invece, è voluto: è il principio stesso su cui si regge il Lucas Museum of Narrative Art, che il 22 settembre ha aperto al pubblico a Los Angeles.

Lo hanno voluto George Lucas, il creatore di Star Wars e di Indiana Jones, e la moglie, l’imprenditrice Mellody Hobson. A tenere insieme opere così diverse, spiega Lucas, è il fatto di appartenere tutte all’arte narrativa: immagini nate per raccontare una storia. Lui la chiama “l’arte del popolo”.

Nella nostra fotogallery vi portiamo a fare un giro tra le forme dell’edificio di Ma Yansong e alcune delle opere esposte.
Nella nostra fotogallery vi portiamo a fare un giro tra le forme dell’edificio di Ma Yansong e alcune delle opere esposte.

Un’astronave fatta di nuvole

Chi arriva a Exposition Park, nella zona sud di Los Angeles, non può non notarlo. L’edificio, progettato dall’architetto cinese Ma Yansong, fondatore dello studio MAD Architects di Pechino, sembra fluttuare sopra il parco: bianchissimo, tutto curve e volute, con il tetto coperto di giardini. C’è chi lo ha paragonato a una scarpa da ginnastica, chi a una montagna spuntata all’improvviso e chi, inevitabilmente, a uno Star Destroyer dell’Impero. Ma Yansong, però, assicura di essersi ispirato alle nuvole e alle chiome degli alberi, non a un’astronave.

È un gigante di circa 28.000 metri quadrati, rivestito da 1.271 pannelli in polimero rinforzato con fibra di vetro, ciascuno grande quanto uno scuolabus e rifinito a mano, prodotti da un’azienda di costruzioni navali della Baia di San Francisco. Al centro si apre una piazza sovrastata da un grande arco alto quattro piani, che fa da porta tra il quartiere e il parco. Dove prima c’era un parcheggio recintato oggi ci sono prati e giardini, disegnati dallo studio della paesaggista Mia Lehrer senza un percorso prestabilito, pensando a chi visita come a una persona in viaggio.

Il conto, oltre un miliardo di dollari, è stato pagato interamente da Lucas e Hobson. E la collocazione ha qualcosa di simbolico: dall’altra parte della strada c’è il campus della University of Southern California, dove Lucas aveva studiato cinema.

Quindici anni di tentativi

Arrivarci non è stato semplice. Lucas cercava una sede per il suo museo almeno dal 2010. Il primo progetto, a San Francisco, nell’area del Presidio vicino al Golden Gate, fu respinto nel febbraio 2014 dall’ente che gestisce quei terreni. La coppia si rivolse allora a Chicago, la città di Hobson, dove Ma Yansong disegnò un edificio a forma di vulcano sulla riva del lago; una causa intentata da un’associazione per la tutela dei parchi bloccò però tutto, e nel giugno 2016 il progetto fu abbandonato. Dopo un altro tentativo nella Baia di San Francisco, sull’isola di Treasure Island, nel gennaio 2017 arrivò l’accordo con Los Angeles. Da allora sono serviti altri nove anni di lavori. Presentando il museo alla stampa, Lucas ha ammesso che quest’impresa ha messo a dura prova il suo desiderio di andare fino in fondo.

Una delle sale del Lucas Museum of Narrative Art
© Paul Salveson/Lucas Museum of Narrative Art.
Una delle sale del Lucas Museum of Narrative Art

Che cos’è l’arte narrativa

L’idea di fondo è semplice. Da sempre, gran parte dell’espressione artistica è nata per raccontare: storie legate alla religione, al mito, alla storia, alla letteratura o a eventi memorabili. Lo hanno fatto le pitture rupestri e i geroglifici, i dipinti e le sculture, i murales e le illustrazioni. Dall’Ottocento in poi, con la fotografia, le riviste illustrate, il cinema e i media digitali, le storie per immagini hanno raggiunto un pubblico sempre più vasto.

Il museo segue questo filo. Le mostre inaugurali riuniscono oltre 1.200 opere in più di 30 gallerie, su circa 9.300 metri quadrati di spazio espositivo: dalle antiche sculture di divinità ai dipinti rinascimentali, fino a fotografie, fumetti e cinema. Molte sale sono organizzate intorno a temi che attraversano le generazioni, come l’amore, la famiglia, la comunità e l’avventura; altre sono dedicate a singoli artisti del Novecento, come Norman Rockwell, N.C. Wyeth e Maxfield Parrish.

Quasi tutto proviene dalla collezione personale di Lucas, che raccoglie arte narrativa da oltre cinquant’anni. Il primo acquisto, negli anni Settanta, fu un originale di Alley Oop, il fumetto di V.T. Hamlin, pagato pochissimo. Oggi la collezione conta più di 40.000 opere: illustrazioni di Norman Rockwell, Jessie Willcox Smith, Kadir Nelson e Andrew Wyeth; fumetti di Winsor McCay, George Herriman, Jack Kirby e Robert Crumb; murales di Judith F. Baca, JR e Diego Rivera; dipinti di Frida Kahlo, Jacob Lawrence, Charles White e Robert Colescott; e poi manga, manifesti cinematografici, oggetti di scena e costumi dall’archivio di Lucas. Una raccolta costruita seguendo soltanto il proprio gusto, e dalla quale, racconta Lucas, non ha mai venduto un solo pezzo.

Dietro c’è anche una rivendicazione. L’illustrazione, il fumetto e il romanzo grafico non hanno sempre ricevuto il rispetto che meritano, e secondo Lucas i musei d’arte moderna li hanno a lungo trascurati. Qui, finalmente, trovano una casa.

Un museo senza percorso obbligato

Una delle scelte più curiose riguarda la visita. Il museo non offre una guida che indichi cosa vedere per primo, né una piantina che segnali dove si trovano le opere. È una decisione voluta: l’obiettivo, spiegano i responsabili, è superare le gerarchie tradizionali tra generi e lasciare che ognuno trovi la propria strada. Così, all’uscita dalla sala dedicata alle storie per l’infanzia, con opere di Beatrix Potter, E.H. Shepard e Maurice Sendak, ci si imbatte in un’opera inedita di Banksy con un leone dall’aria tutt’altro che rassicurante.

Alcuni accostamenti, però, sono studiati con cura. Nella sala dedicata a Norman Rockwell, lo schizzo a grafite e il dipinto finale di The Runaway (1958), con un poliziotto seduto al bancone accanto a un bambino scappato di casa, sono esposti vicino a un’opera di Richard Williams del 2014-15, The Militarization of the Police Department—Deadly Force, che rilegge la stessa scena con uno sguardo molto diverso. In prestito dal Norman Rockwell Museum c’è anche The Problem We All Live With, il dipinto che mostra Ruby Bridges, sei anni, scortata da agenti federali verso una scuola appena desegregata di New Orleans.

The Runaway di Norman Rockwell
© Paul Salveson/Lucas Museum of Narrative Art
"The Runaway" (1958) di Norman Rockwell e una variante moderna di Richard Williams (2014-2015).

Altrove si può osservare da vicino il tratto di Sendak nelle tavole di Nel paese dei mostri selvaggi, o leggere le annotazioni a margine di una striscia dei Peanuts: tracce del lavoro redazionale che mostrano come anche un’immagine destinata a fare il giro del mondo nasca dentro vincoli precisi di spazio, ritmo e racconto. E naturalmente non manca Star Wars: il landspeeder di Luke Skywalker è esposto davanti a paesaggi alieni dipinti, mentre un caccia N-1 di Naboo, giallo brillante, pende dal soffitto dell’ingresso della biblioteca.

Non tutto convince. Il critico di architettura del New York Times Michael Kimmelman, pur considerando il museo un nuovo simbolo della città, osserva che le gallerie sembrano passate in secondo piano rispetto all’edificio e che orientarsi non è sempre facile. E si chiede quanto a lungo i nuovi giardini saranno curati e resteranno davvero aperti al quartiere. Le ambizioni civiche, comunque, ci sono: il biglietto costa 25 dollari, ma l’ingresso è gratuito per chi ha meno di 18 anni e per chi vive nel codice postale del museo, un’area di South Los Angeles dove molte famiglie hanno redditi bassi.

Perché abbiamo bisogno di storie

A tenere insieme tutto questo è una convinzione che Lucas coltiva da tempo, nutrita dalla lettura dello studioso di mitologia Joseph Campbell, che ha sempre riconosciuto come un maestro e un’ispirazione per la saga di Star Wars. Per Lucas, i miti delle origini erano anche racconti “proto-scientifici”: storie che cercavano di spiegare da dove venissero gli esseri umani e il mondo che li circonda e che, trasmettendo valori comuni, tenevano unito un villaggio, poi una città, poi una nazione.

È un’idea che ci è familiare. Per millenni i racconti sono stati il primo strumento per dare un senso al mondo. Poi la scienza ha trovato un modo più affidabile per spiegarlo, ma non ha reso inutili le storie: ha cambiato ciò che raccontano. Anche la scoperta più rigorosa, per diventare patrimonio di tutte e tutti, ha bisogno di qualcuno che sappia raccontarla.

Lucas Museum of Narrative Art, Taschen, 2026.

Realizzato in collaborazione con George Lucas e il Lucas Museum of Narrative Art, questo ampio catalogo in due volumi raccoglie una collezione senza pari di arte narrativa. Dai murales ai dipinti, dai fumetti alla fotografia, fino agli archivi cinematografici, il volume mette in luce l’influenza dell’arte narrativa sulla cultura, sull’immaginazione e sui legami umani.

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