Chi sa meno dubita di più
CREDENZE

Chi sa meno dubita di più

Durante la pandemia l’effetto Dunning–Kruger è diventato la spiegazione più comoda del rifiuto dei vaccini: chi ne sa poco si crederebbe esperto. Un nuovo studio mette alla prova quell’idea e la trova fragile. Ma per coglierne la portata conviene prima chiarire che cos’è davvero quell’effetto. E, soprattutto, che cosa non è

Thomas Lohnes/Getty Images

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A Pittsburgh, negli Stati Uniti, un uomo di nome McArthur Wheeler rapinò due banche una dopo l’altra, in pieno giorno e a volto scoperto. Le telecamere di sorveglianza lo ripresero con chiarezza e fu arrestato poche ore dopo. A lasciare di stucco chi indagava non fu l’audacia, ma la sua sincera sorpresa: Wheeler era convinto di farla franca perché si era cosparso il viso di succo di limone. Avendo letto che il limone funziona come inchiostro simpatico, ne aveva dedotto che lo avrebbe reso invisibile agli obiettivi. Sbagliato, ma pianificato nei dettagli.

Fu proprio questa vicenda, riportata dalla cronaca locale, a ispirare nel 1999 uno degli studi più citati della psicologia contemporanea. Justin Kruger e David Dunning si chiesero perché le persone meno competenti in un certo compito tendano non solo a sbagliare, ma a non accorgersi di sbagliare. In una serie di esperimenti chiesero ai partecipanti di svolgere prove di logica, grammatica o giudizio sociale e poi di stimare la propria prestazione rispetto a quella degli altri. Il risultato è diventato celebre: chi otteneva i punteggi peggiori era anche chi si sopravvalutava di più. Nel primo esperimento, dedicato al senso dell’umorismo, chi si collocava nel quartile più basso aveva una prestazione reale intorno al 12 per cento, ma stimava la propria intorno al 58 per cento.

Da quel lavoro (intitolato non a caso “Unskilled and unaware of it”, cioè “incompetenti e inconsapevoli di esserlo”) è nato l’eponimo effetto Dunning–Kruger e, soprattutto, la sua versione popolare: «I somari non sanno di essere somari», o nella formula ancora più tranchant che si sente ripetere a conferenze e festival, «gli stupidi sono troppo stupidi per sapere di essere stupidi».

Che cosa dicono (e non dicono) i dati

A dare forza all’idea ha contribuito un grafico diventato virale, in cui a una conoscenza minima corrisponde un picco di sicumera: il «picco della stupidità», Mt. Stupid.

Il grafico Mt Stupid, spesso utilizzato per illustrare l’effetto Dunning-Kruger, mette in relazione il livello di competenza (asse orizzontale) con la sicurezza nelle proprie conoscenze (asse verticale). Suggerisce che una conoscenza superficiale possa accompagnarsi a un’eccessiva sicurezza, destinata a diminuire con l’esperienza e a risalire con la padronanza dell’argomento. Si tratta, tuttavia, di una rappresentazione semplificata e molto diffusa sul web, che non corrisponde ai risultati sperimentali originali di Kruger e Dunning.
Il grafico Mt Stupid, spesso utilizzato per illustrare l’effetto Dunning-Kruger, mette in relazione il livello di competenza (asse orizzontale) con la sicurezza nelle proprie conoscenze (asse verticale). Suggerisce che una conoscenza superficiale possa accompagnarsi a un’eccessiva sicurezza, destinata a diminuire con l’esperienza e a risalire con la padronanza dell’argomento. Si tratta, tuttavia, di una rappresentazione semplificata e molto diffusa sul web, che non corrisponde ai risultati sperimentali originali di Kruger e Dunning.

È un’immagine efficace e del tutto inventata: non rappresenta alcun dato sperimentale, ma la versione illustrata di un vecchio adagio (“a little learning is a dangerous thing”, un filo di sapere è cosa pericolosa). I dati reali di Kruger e Dunning raccontano qualcosa di più sfumato e assai meno fumettistico: nessuna montagna della stupidità, solo una sopravvalutazione dei meno preparati.

L’interpretazione proposta dai due autori è la cosiddetta teoria del «doppio fardello»: le capacità necessarie per svolgere bene un compito sarebbero le stesse che servono per giudicare quanto bene lo si è svolto. Chi ne è privo, quindi, sbaglierebbe e al tempo stesso non si accorgerebbe di sbagliare. Gli stessi autori la descrissero come “un analogo psicologico dell’anosognosia”, la condizione per cui alcune persone, dopo un danno cerebrale, non riconoscono la propria paralisi.

Qui, però, comincia il problema. In oltre vent’anni di ricerche (comprese quelle del nostro gruppo) si è visto che buona parte dell’effetto classico è un artefatto statistico, la cosiddetta regressione verso la media. Se ordiniamo le persone in base a un punteggio e poi, per misurarne la presunzione, sottraiamo quel punteggio dall’autovalutazione, chi ha ottenuto il risultato più basso risulterà quasi meccanicamente il più «sovrastimato». Pensiamo a chi ottiene 1 su 10 in una prova: può solo valutarsi correttamente oppure più in alto, perché verso il basso non ha margine. Chi ottiene 10 su 10, al contrario, può solo azzeccarci o sottostimarsi. La differenza tra principianti spavaldi ed esperti modesti nasce, in parte, proprio da questa asimmetria di calcolo.

C’è di più. Quando in laboratorio si rende identico per tutti il livello di prestazione (per esempio regolando la difficoltà del compito finché ciascuno raggiunge lo stesso risultato) l’effetto semplicemente svanisce. Segno che dipende dalla prestazione, non da una speciale cecità dell’individuo verso sé stesso. In altre parole: la metacognizione, cioè il sapere quanto si sa, non è il motore che si credeva. Si può essere «somari» in un compito senza che ciò dipenda dal non sapere di esserlo; e tutti lo siamo, in circostanze e compiti diversi.

Dati tratti dall’esperimento 1 dell’articolo originale di Kruger e Dunning. Il grafico mostra il rapporto tra abilità percepita e punteggio reale nei diversi quartili. Come si vede, questa rappresentazione è diversa dal cosiddetto grafico Mt Stupid diffuso sul web: nei dati originali non compare alcun “picco della stupidità”.
Dati tratti dall’esperimento 1 dell’articolo originale di Kruger e Dunning. Il grafico mostra il rapporto tra abilità percepita e punteggio reale nei diversi quartili. Come si vede, questa rappresentazione è diversa dal cosiddetto grafico Mt Stupid diffuso sul web: nei dati originali non compare alcun “picco della stupidità”.

Con queste premesse, l’uso disinvolto dell’effetto Dunning–Kruger per spiegare la diffidenza verso i vaccini merita di essere verificato, non dato per scontato. È esattamente ciò che fa il nostro nuovo studio.

La prova dei fatti

Si dice spesso che chi diffida dei vaccini lo faccia perché sa poco e, senza accorgersene, si crede esperto.

È la versione popolare dell’effetto Dunning–Kruger, diventata durante la pandemia una scorciatoia per spiegare il rifiuto delle indicazioni sanitarie. Un nostro studio uscito nei giorni scorsi su Royal Society Open Science mette alla prova quell’idea e conclude che regge poco.

Il primo problema sta nel modo in cui di solito la si dimostra. Si confronta il punteggio che le persone si attribuiscono con quello che ottengono davvero, e si sottrae l’uno dall’altro. Ma una differenza di questo tipo contiene già il punteggio reale: chi va peggio risulta quasi per forza il più sovrastimato.

C’è poi un difetto di circolarità: in alcune ricerche le domande di “conoscenza” coincidevano con l’atteggiamento che si voleva spiegare, come il presunto legame tra vaccino contro il morbillo e autismo. Chi sbaglia quella domanda è per definizione contrario al vaccino, e non si è scoperto nulla.

Per evitare questi problemi di metodo, abbiamo intervistato oltre cinquecento adulti rappresentativi della popolazione. Hanno risposto a una scala di atteggiamenti verso il Covid, a trenta domande vero/falso su virus, storia delle epidemie e ragionamento sulle probabilità, scelte in modo da non toccare gli stessi temi, e hanno detto, dopo ogni risposta, quanto fossero sicuri.

Ne esce un quadro diverso da quello che circola. Chi è più dubbioso sa in effetti un po’ meno, e la distanza si vede soprattutto sulle posizioni contro i vaccini e vicine al complottismo. Ma sapere meno non coincide con sentirsi più sicuri: al contrario, chi ne sa meno è meno sicuro di sé, mentre chi ne sa di più è più fiducioso e riesce anche a distinguere meglio le proprie risposte giuste da quelle sbagliate. E le persone più dubbiose mostrano una sicurezza un po’ più bassa, non più alta. Dell’ignoranza ignara di sé non c’è traccia.

Se non è presunzione, che cos’è? La spiegazione più plausibile è la sfiducia verso le fonti ufficiali, o una fiducia riposta altrove, magari unita a una visione della salute come responsabilità e libertà personale.

Ne discende una conseguenza pratica. Un messaggio che invita a un po’ più di umiltà, servono chiarezza e fonti percepite come credibili. E le etichette sprezzanti, come “covidioti”, rischiano solo di allargare il fossato.

Il nuovo studio: McIntosh, R.D., Claydon, J., Booth, T., and Della Sala, S. (2026), “The Dunning-Kruger effect does not account for vaccine-scepticism or vaccine-hesitancy”, Royal Society Open Science, 13:260147.

Fonti

Kruger, J. & Dunning, D. (1999), “Unskilled and unaware of it”, Journal of Personality and Social Psychology, 77(6), 1121–34.

McIntosh, R. D., Fowler, E. A., Lyu, T. & Della Sala, S. (2019), “Wise up: Clarifying the role of metacognition in the Dunning-Kruger effect”, Journal of Experimental Psychology: General, 148(11), 1882–1897.

McIntosh, R. D., Fowler & Della Sala, S. (2021), “L'Effetto Dunning-Kruger”, Query, n. 47.

Sergio Della Sala

Sergio Della Sala

Professore di Human Cognitive Neuroscience all'Università di Edimburgo, autore di oltre 700 lavori sperimentali e libri specialistici e divulgativi. L'ultimo è Perchè dimentichiamo. Una scienza dell'oblio (Feltrinelli).