Radio, televisori e stereo disegnati dai grandi maestri italiani, finiti nei salotti di tutti e anche in quello di David Bowie. A Parma, allo CSAC, una mostra racconta la storia dell’azienda e del suo mecenate Ennio Brion, che commissionò a Carlo Scarpa il Memoriale di famiglia, tornato alla ribalta grazie a un piccolo film prezioso....
Oliviero Toscani - Courtesy by CSAC Università di Parma
Una radio che si apre come uno scrigno, un televisore che guarda verso l’alto, uno stereo con la faccia sorridente. Per chi è cresciuto in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, gli oggetti Brionvega sono stati arredi di famiglia prima ancora di diventare vere e proprie icone. Fino al 24 dicembre la mostra Brionvega. Design & Designers, allo CSAC all’Abbazia di Valserena (Parma), ne ripercorre la storia con oltre cento pezzi: oggetti, prototipi, disegni, bozzetti, pubblicità e fotografie. Sono scelti tra gli oltre 8 mila materiali del Fondo Brionvega, che Ennio Brion donò al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma nel 1989 e che è stato poi incrementato con la donazione del collezionista Andrea Rosetti.
La fotogallery di questa settimana è un viaggio visivo attraverso icone della storia del design che ci parlano ancora oggi.
L’azienda nasce a Milano a metà anni Quaranta grazie all’imprenditore Giuseppe Brion, ma la svolta arriva con la seconda generazione. Ennio Brion ha 17 anni quando scopre la rivista Stile e Industria e si innamora del lavoro del designer Marco Zanuso. Comincia così una lunga collaborazione con lui, a cui si aggiungono Richard Sapper, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Franco Albini, Mario Bellini e, nel 1980, Ettore Sottsass: il catalogo diventa un laboratorio in cui l’industria incontra alcune delle menti più inventive del design italiano. Nel 1970 arriva per Brionvega il Compasso d’Oro alla produzione d’impresa, con una motivazione che premia la scelta di affidarsi ai migliori progettisti del nostro Paese.
Nel 1965 i fratelli Castiglioni progettano il radiofonografo rr126. Le manopole sembrano occhi, la scala della sintonia disegna un sorriso; le casse possono stare sopra il corpo centrale, ai lati oppure allontanarsi per migliorare l’ascolto stereofonico. Il piedistallo ha le ruote: anche un impianto ad alta fedeltà può muoversi, adattarsi e perfino fare compagnia. Fra chi se ne innamora c’è David Bowie, che dipinse di nero la manopola destra per dargli due “occhi” di colore diverso, come i suoi. Nel novembre 2016, all’asta Sotheby’s dedicata alla collezione del Duca Bianco, quell’esemplare fu aggiudicato per 257mila sterline. Insieme a lui, anche una radio cubo TS 502 di Zanuso e Sapper, venduta per 30mila.
Dietro la parabola industriale c’è però il carattere del suo protagonista, un committente come ce ne sono pochi. Ennio Brion indicava come modello la Olivetti, dove la comunicazione era insieme prodotto, fabbrica, showroom e pubblicità. Applicò la stessa idea alla sede di Brionvega, ad Asolo in provincia di Treviso, affidata a Zanuso con il paesaggista Pietro Porcinai. Quando nel 1968 morì il padre, si rivolse all’architetto Carlo Scarpa, che aveva conosciuto da vicino proprio in quegli anni trevigiani. Ennio e sua madre chiedevano una tomba semplice. Scarpa, raccontava Brion, si lasciò prendere dal progetto, e il risultato fu quel capolavoro che oggi conosciamo come Memorial Brion, a San Vito di Altivole, tra cipressi, acqua, mosaici e cemento lavorato come un gioiello. I due cerchi intrecciati all’ingresso evocano l’amore coniugale; i sarcofagi sembrano inclinarsi l’uno verso l’altro. Oggi il complesso appartiene al Fai, il Fondo per l’ambiente italiano, per volere di Ennio Brion e di sua sorella Donatella.
Di recente quel luogo è tornato sotto gli occhi di molti grazie al film Le città di pianura di Francesco Sossai, che ha riportato l’attenzione su un’architettura spesso più celebrata dagli addetti ai lavori che dal grande pubblico. È un bel cortocircuito: la stessa generosità da mecenate che ha prodotto televisori, radio, antenne e stereo entrati nelle case di tutti ci ha lasciato anche uno dei luoghi più poetici dell’architettura italiana del Novecento.
Le immagini della fotogallery raccontano questa ambizione. A guardarle, viene voglia di girare una manopola e sentire che suono aveva il futuro.
Giornalista, si è occupata di salute, tecnologia, cultura, migranti. È la caporedattrice di Lucrezio.
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