Lascaux: i sogni dei nostri antenati
ATLANTE DELL'INCREDIBILE

Lascaux: i sogni dei nostri antenati

Diciassettemila anni fa qualcuno dipinse cavalli, cervi e un enigmatico rettangolo. Oggi la scienza si chiede se in quelle figure geometriche ci sia l’origine stessa del pensiero simbolico

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La scoperta di un semplice rettangolo, disegnato sotto il dipinto di un grande cervo, nella grotta di Lascaux, ci ricorda che l’alba dell’umanità è anche l’alba della geometria. E oggi, Stanislas Dehaene, professore presso il Collège de France, titolare della cattedra di Psicologia cognitiva sperimentale e membro dell’Académie des sciences, ipotizza in un nuovo libro che proprio in quel rettangolo si nasconda la “firma” che rende unica la nostra specie. Per capire meglio di che si tratta, però, conviene fare un passo indietro nel tempo.

È la fine dell’estate del 1940. Il villaggio di Montignac, in Dordogna, nella Francia sud-occidentale, è lontano da Parigi, dove solo tre mesi prima la svastica ha iniziato a sventolare sulla città, ma l’orrore dell’occupazione nazista e della guerra ormai alle porte sono una preoccupazione per tutti. Ciò non impedisce ai ragazzi di essere ragazzi e a mettersi un giorno sulle tracce di un tesoro.

Secondo le leggende locali, sulla collina che domina Montignac deve trovarsi l’ingresso segreto a un passaggio sotterraneo, capace di condurre al maniero di Lascaux: chissà, magari laggiù sono nascosti forzieri pieni di gioielli e dobloni…

Così, Marcel Ravidat, giovane apprendista meccanico del garage locale, si avventura sulla collina con il suo cane, Robot. È quest’ultimo a infilarsi in una buca di volpe, creando una piccola frana che svela l’ingresso di una grotta. È troppo buia e Marcel deve rimandare la perlustrazione.

Ritorna quattro giorni dopo, il 12 settembre, con i suoi tre amici, Jacques Marsals, Georges Agniel e Simone Coencas. Alla luce di una lampada a olio i tre si infilano nel buco e si ritrovano dentro una grotta di una trentina di metri. Ma è solo grazie a un restringimento della galleria che i ragazzi si rendono conto che un tesoro effettivamente c’è là sotto, ma è molto diverso da quello che immaginavano.

Alla luce della lanterna, i giovani scoprono intorno a loro un mondo spettacolare di pitture rupestri, un capolavoro mai visto prima. Le grotte sono come un labirinto e ogni stanza che i quattro trovano si rivela ricoperta di pitture di animali di ogni tipo. Di fronte a un buco nel terreno che si apre sull’oscurità i ragazzi decidono di scendere legati a una corda: è un pozzo, profondo otto metri, e incredibilmente, anche laggiù, qualcuno ha dipinto qualcosa: c’è un uomo schematizzato che sembra spaventato, con le braccia aperte mentre, di fronte a lui, un bisonte, trafitto da un giavellotto, sembra attaccarlo.

«Non credemmo ai nostri occhi» ricorderà oltre 70 anni dopo Coencas, l’ultimo sopravvissuto dei ragazzi, anche lui scomparso il 2 febbraio 2020. «Avevamo deciso di tenere il segreto per noi, ma la notizia si diffuse rapidamente».

Nonostante il coprifuoco e la tremenda atmosfera che si respira nel paese, l’incredibile scoperta non può essere tenuta nascosta o ignorata. Tra i primi a visitare le grotte è padre Henri Breuil, abate e celebre esperto di preistoria al College de France, rifugiatosi in zona, che rimane a bocca aperta di fronte a quella che appare come una indiscutibile scoperta di portata eccezionale, sia per il numero che per la grandezza delle rappresentazioni.

Sulle pareti è un vero trionfo di animali colorati in ocra: cavalli, cervi, stambecchi e persino l'uro, un bovino oggi estinto. Gli studi permettono di stabilire che a realizzare quella che Breuil chiama la “Cappella Sistina della preistoria” sono stati uomini vissuti tra i 18.000 e i 17.000 anni fa, sulla base della datazione di alcuni oggetti scoperti nella caverna.

Tutti vogliono vedere quella meraviglia e così iniziano le visite di turisti: si calcola che oltre un milione di persone visita la grotta tra il 1948 e il 1963, ma l’anidride carbonica prodotta dal respiro dei visitatori, l’aumento della temperatura e l’illuminazione artificiale iniziano a danneggiare le fragili pitture e si decide di chiudere le grotte. Dal 1983 verrà aperta una replica parziale del sito, Lascaux 2, ne sarà poi realizzata una terza, mandata in tour in tutto il mondo e, infine, nel 2016 apre Lascaux 4, ricostruzione completa della grotta originale, che invece resta chiusa per il desiderio di preservare questo eccezionale tesoro, iscritto nel 1979 nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Gli interrogativi sul significato delle pitture, però, restano in gran parte intatti. Secondo gli studiosi a “firmare” le circa 6.000 figure dipinte sulle pareti sono uomini di Cro-Magnon, antica forma di Homo Sapiens diffusa nel Paleolitico superiore in Europa, Asia, Nordafrica e Nord America. Uomini primitivi ma dotati già di gusto estetico e artistico. Indossavano gioielli, si servivano di penne e piume come accessori per il loro abbigliamento e usavano pigmenti estratti dai molluschi per decorarsi. Erano attività che richiedevano tempo e, dunque, dovevano essere importanti per loro, forse tanto quanto procurarsi cibo e riparo.

Le pitture sulle pareti, dunque, vanno viste in quest’ottica. Lascaux, come anche le altre caverne coperte di pitture rupestri, non erano abitazioni. Nessuno viveva in quelle caverne, sono pochissimi i resti di fuochi e quelli che ci sono probabilmente servivano come fonte di luce per i pittori.

Ancora meno sono le ossa di animali che possono essere stati mangiati nelle caverne: un fatto che introduce un nuovo mistero. Quelle ossa sono per il 90% resti di renne. Sulle pareti di Lascaux sono dipinti qualcosa come 1000 animali: non c’è una singola renna. Dunque sembra difficile immaginare le pitture come rituali propiziatori per la caccia.

A che cosa servivano allora le pitture? Quelle caverne erano luoghi di culto, dove le persone andavano per venerare qualcosa? Oppure avevano una funzione sociale? Rappresentavano cioè un punto di riferimento riconoscibile da altri Cro-Magnon, un modo dunque per definire la propria identità, per riconoscersi come parte della stessa popolazione? Non lo sappiamo, ma certo sembrano essere una conferma del fatto che l’arte, la rappresentazione simbolica di qualcosa di reale, giocava un ruolo importante nella vita di quegli uomini e il motivo per cui milioni di persone ogni anno vogliono oggi vedere queste pitture, potrebbe non essere poi tanto diverso da quello dei nostri antenati.

E poi c’è quella scoperta singolare, la comparsa di un rettangolo subito sotto il dipinto di un grande cervo.

Il rettangolo dipinto su una parete di Lascaux.
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Il rettangolo dipinto su una parete di Lascaux.

In realtà, non si tratta di un caso unico: i primi umani tracciavano motivi geometrici da sempre e se ne trovano esempi in ogni angolo del mondo: quadrati, rettangoli, cerchi o spirali, linee parallele o perpendicolari… Da dove scaturiscono questi archetipi, comuni a tutte le culture? La specie umana è l’unica ad avere la padronanza della geometria? E se davvero è così, perché? 

Stanislas Dehaene, autore de Il rettangolo di Lascaux (Raffaello Cortina Editore, 2026), ricerca l’origine della matematica nel cervello. Secondo lui, ogni figura geometrica traduce una caratteristica fondamentale della mente umana: la capacità di formare pensieri simbolici e di costruire su questa base una piramide infinita di concetti. 

Queste forme corrispondono alle espressioni più semplici del linguaggio universale del pensiero, di cui ogni cervello umano è dotato. Ciò che distingue noi dalle altre specie animali è la capacità di comporre le idee tra loro. La ricerca del codice neuronale che fa di noi una specie unica, la “specie simbolica”, è una delle questioni più appassionanti delle neuroscienze contemporanee.

In quel rettangolo, insomma, potrebbe esserci la firma di ciò che ci rende unici. Gli animali sanno riconoscere una forma, ma noi sappiamo pensarla in astratto, darle un nome, combinarla con altre idee per costruirne di sempre più complesse. L'ipotesi di Dehaene, e cioè che ogni figura geometrica sarebbe l'espressione più semplice di un "linguaggio del pensiero" che tutti gli esseri umani si portano dentro, è affascinante. Ma dobbiamo ricordare che al momento resta un’ipotesi, non una certezza.

Ma se fosse vera, allora diventa ancora più chiaro che quei segni non sono scarabocchi casuali: sono il primo passo di una strada che porterà alla matematica, alla scrittura, alla scienza.

Stanislas Dehaene, Il rettangolo di Lascaux (Raffaello Cortina Editore, 2026). Traduzione di Silvio Ferraresi.

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Massimo Polidoro

Massimo Polidoro

Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.