Vivono tra noi
CREDENZE

Vivono tra noi

Dischi volanti, cacciatori di alieni e teorie del complotto

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Siccome prima del campo di addestramento del MUFON [acronimo di Mutual UFO Network, una delle organizzazioni civili di investigazione sui fenomeni di oggetti volanti non identificati più grandi e longeve, NdR] in Arizona avevo tre settimane libere, decisi di fare un tour ferroviario lungo la cintura americana della superstizione e del complottismo, cominciando da New Orleans. Per rag­giungerla presi il Crescent, il treno a lunga percorrenza del­la Amtrak che da New York viaggia verso sud e incrocia Washington, la Virginia e le due Caroline prima di svoltare a ovest attraverso Georgia, Alabama, Mississippi e, infine, arrivare in Louisiana.

La prima notte nel vagone letto non riuscii a dormi­re. Stavamo attraversando piccole città del Sud e il mac­chinista teneva il dito costantemente sul clacson per segnalare ai passaggi a livello che stavamo arrivando. Il giorno dopo, serpeggiammo attraverso il Sud passando per Atlanta, Birmingham, Tuscaloosa, Meridian e Hat­tiesburg prima di raggiungere i bayou della Louisiana. Sottili sbuffi di nebbia fluttuavano sopra le paludi come spettri smarriti, mentre il crepuscolo mandava luce fio­ca tra i rami contorti dei cipressi e illuminava decine di occhi gialli che riposavano sulla superficie come biglie galleggianti. Alligatori. Frotte e frotte di maledetti alli­gatori ovunque. Guardavo la scena dal finestrino dello scompartimento, stringendomi in un abbraccio mentre i peli sulla nuca minacciavano di bucarmi il colletto della camicia. Il mio senso di disagio continuò quando arrivai a New Orleans.

Era Halloween nel famoso Quartiere Francese della città. Le case creole, le boutique, gli strip club e i locali jazz erano decorati con teschi, scheletri, zucche e fantasmi; musica jazz, blues, hip-hop e rock’n’roll riempiva Bourbon Street e la gente uscita a far festa ballava, vomitava e se le dava sui marciapiedi. Passai accanto a un’orchestrina di swing che suonava per strada. Il cantante intonò in quello stile a metà tra il parlato e il cantato «Oh, Didn’t He Ram­ble», uno standard jazz del 1902. «Girovagò per miglia, dentro e fuori città», cantava. «Ehi, cosa fa quel trombo­ne?» disse, voltandosi verso la sua compagna di banda, che accontentò il pubblico con lunghe note dal suo strumento.

Andai a un blues bar illuminato dai neon e incontrai Marcus, la guida del tour dei fantasmi nei cimiteri di New Orleans a cui mi ero iscritto. Marcus, magro e nervoso con un berretto da baseball inclinato da un lato, era sopravvis­suto all’uragano Katrina dopo essersi rifugiato insieme a dodici famigliari sul tetto di casa sua. «Ma sei irlandese?» mi chiese.

«Inglese», dissi.

«Lo sapevo! Com’è che sei venuto fin qui?»

Gli dissi che ero a caccia di alieni. Marcus sgranò gli occhi. «Sai, ho una teoria. La Bibbia non parla di alieni, ma penso che siano angeli venuti a metterci in guardia perché stiamo distruggendo il mondo», disse, e andò avanti con le sue teorie sugli ufo biblici finché la comitiva non fu al completo.

Poco dopo, io e altri tredici, tutti in vari stati di ebbrezza, ci stipammo nel minibus di Marcus. «Solo qualche regola, ragazzi», disse mentre uscivamo dal Quartiere Francese. «Potete bere sul bus, ma niente vomito. Mi è pure capitato di trovare gente che scopava al cimitero, orge e roba del ge­nere. Per favore, niente orge al cimitero». Marcus continuò con altre regole ugualmente sconcertanti e mentre andava­mo al primo cimitero del tour snocciolò un riassunto della storia della prostituzione in città.

Poi ci disse che a New Orleans c’è una grande richiesta di luoghi di sepoltura e per questo si stipano le ossa di più persone insieme all’interno di grandi tombe in pietra co­struite fuori dalla terra per proteggerle dalle inondazioni, dato che circa la metà della città si trova sotto il livello del mare. Aggiunse che nel cimitero c’erano gli spiriti: lui non li aveva visti di persona, ma conosceva gente che c’era riuscita. «Una volta, una signora mi ha indicato uno spirito che planava dietro di me. Io non riuscivo a vederlo, ma la signora mi disse che era una donna e si chiamava Michelle. Non le credevo, ma poi mi portò a questa tomba», disse Marcus, indicandoci la lapide davanti a lui. E guarda un po’, il nome sulla lapide era Michelle. I membri della co­mitiva accolsero la notizia in modi diversi. Qualcuno annuì con aria complice; altri erano troppo ubriachi per reagire e una giovane donna minuta si sforzava di non piangere dal ridere.

Marcus finse di non accorgersene e continuò imperter­rito mentre diverse altre persone riempivano la donna di occhiatacce infastidite. «Vedete, là in fondo tra gli alberi?» chiese, e prese due bacchette da rabdomante da una scato­lina che teneva nella tasca della giacca. «Ecco, laggiù è pie­no di apparizioni di spiriti. Di solito si vedono un ragazzo e una ragazza. Certe volte, con le bacchette, si riescono a localizzare, e se si fidano di te si fanno vedere.»

Una ragazza si offrì volontaria per fare il primo tentativo. Le bacchette erano di rame, a forma di L, e somigliavano a chiavi a brugola. Lei le prese e le tenne lontano dal corpo senza stringerle, come indicava Marcus. Mentre avanzava lentamente in punta di piedi, le estremità delle bacchette cominciarono ad avvicinarsi come per guidarla verso gli spiriti di cui aveva parlato la guida. I membri del gruppo che non blateravano brilli intorno a un vicino memoriale all’uragano Katrina emisero un mormorio collettivo di stu­pore. Marcus lanciò uno sguardo trionfante alla donnina che poco prima si era messa a ridere.

Ma lei non sembrava intimidita. Dopotutto, Marcus aveva semplicemente preso lo strumento di una pseudo­scienza – in questo caso la rabdomanzia, o divinazione dell’acqua – applicandolo a un’altra: la caccia ai fantasmi. Marcus e il resto del gruppo interpretavano gli eventi in un modo che confermava le loro credenze. Cercavano fanta­smi e spiriti, ed è quello che trovarono. Non considerarono l’«effetto ideomotorio» – il meccanismo psicologico che fa compiere movimenti inconsci – né che tenere qualcosa senza stringerla può far sì che si sposti, e né l’uno né l’altro dettaglio hanno a che fare con la rilevazione del nascondi­glio di Casper.

La notte al cimitero mi fece capire che forse, fino a quel momento del mio viaggio, non ero stato abbastanza scet­tico. Forse, riguardo ai video segreti della Marina o ad al­tre storie di ufo, avevo liquidato un po’ troppo in fretta le teorie più prosaiche soltanto perché contestavano storie straordinarie raccontate da alti ufficiali delle forze armate o dei servizi segreti, personaggi di cui in teoria dovremmo fidarci.

Il tour dei fantasmi fu un monito sul potere delle cre­denze e su come portino a sospendere il pensiero critico. Mi fece ripensare a Noel degli Oasis, il tizio che diversi mesi prima avevo conosciuto nel pub a Manchester e che si rifiutava di prendere in considerazione qualunque teoria alternativa sulle sfere che aveva visto sopra casa sua. Perché la gente non accetta di essere stata, magari, ingannata dai sensi? O che una teoria semplice e banale possa spiega­re quello di cui è stata testimone? E che cosa c’è di tanto complicato nel pensare che gli alieni potrebbero non averci fatto visita e, oltretutto, potrebbero persino non esistere? Certe credenze sembrano radicate nell’identità delle per­sone tanto quanto la religione, e qualunque cosa minacci di contraddirle viene respinta furiosamente, come l’assalto di uno sciame di zanzare.

I veli che nascondono la realtà diventano questioni profondamente personali, perché a cucirli insieme è il filo dell’emotività. Uno può credere negli alieni – o nei fanta­smi – perché ha bisogno di speranza, oppure è curioso, cerca conforto, vuole sentirsi speciale e via dicendo. Perciò, quando arriva uno sconosciuto e gli stacca il filo, lo consi­dera un attacco personale. Io volevo credere che gli alieni esistessero, o fossero stati qui, ma ero deciso a non ridurlo a un impulso emotivo e, al tempo stesso, a non avere pre­giudizi. Con questi pensieri in testa partii per l’Arizona e il corso d’addestramento del MUFON.

Dopo trenta ore di viaggio, il mio autobus accostò in una stazione di servizio nei dintorni di Phoenix e insieme agli altri passeggeri scesi a sgranchirmi le gambe e a fare scorta di costosissime patatine e caffè. Un anziano veterano dell’esercito che camminava reggendosi al bastone, che chiamerò Pincher, emerse dal negozietto dell’area di sosta con dei pacchetti di patatine, una bibita e un cetriolino. Mi si avvicinò timidamente e disse: «’Sto stronzo voleva quattro dollari per un cetriolo da 79 centesimi. Io il mio debito con questo paese l’ho saldato». Era stato in Aeronautica. «Tu mi capisci, no?»

«Certo che capisco», risposi.

«Quattro dollari, figurati se glieli do», ribadì, staccando un morso di cetriolino.

«Quindi lo ha rubato?» domandai, divertito.

«Ma no, gli ho dato un dollaro e ciao. Mica sono un ladro, ’sto stronzo deve pur lavorare», disse, ingoiando il resto del cetriolino e indicando il ragazzo dietro il bancone.

«Ah sì, fanculo», dissi, voltandomi a guardare il cassiere e registrando che non sembrava turbato dalla questione, impegnato a servire altri clienti. Chiacchierammo del più e del meno mentre fumavamo sigarette al mentolo e gli spiegai che cosa ci facevo in America.

«Ah, ah, gli alieni!» disse Pincher, entusiasta.

«Lei ha mai visto un ufo, quand’era in Aeronautica?»

«Ma dai, quando mai senti un nero parlare di ’sta roba? Se vedessi io la nave madre, per prima cosa direi: “Prendetemi, prendetemi, sono pronto”», rispose, alzando le braccia verso una nave spaziale immaginaria.

Mi fece ridere, ma pensai: «Non può essere vero. Gli alieni non sono soltanto una “cosa da bianchi”, o sì?»

Gli ufo vengono avvistati in tutto il mondo da persone di ogni colore, genere e qualsiasi altro indicatore identitario a cui si possa pensare, ma in fondo è spontaneo pensare che si tratti di una fascinazione caucasica, considerando che la cultura degli ufo è dominata da volti bianchi, specialmente nei media americani. E anche se l’interesse per gli alieni trascende la razza, seguirlo concretamente – partecipando ai corsi di addestramento del MUFON, per esempio – richiede tempo libero e una certa disponibilità economica, cose di cui gli americani bianchi hanno una quota maggiore.

Ore dopo aver chiacchierato del più e del meno con Pincher mentre masticava il suo cetriolino, nel mio hotel alle porte di Phoenix incontrai i compagni di addestramento. Avevo l’impressione che insieme al nostro corso si tenesse un raduno del Rotary, vista la distesa di capelli grigi e stempiature che mi si parò davanti. Erano seduti fuori da un bar irlandese di fronte all’hotel. Dopo aver chiacchierato con alcuni mi feci l’idea che fossero tutti MAGA, oltre che tutti bianchi. Non parlavano solo di alieni, Area 51 e argomenti affini: erano benvenuti nel mix il complottismo sull’Undici settembre e sfoghi politici sulla crisi dei migranti che si stava sviluppando al confine con il Messico, sull’inettitudine di Biden, sul diritto di circolare armati e sulla guerra in corso a Gaza. C’erano persino dei fan accaniti della famiglia reale britannica. Rimasero sorpresi quando seppero che io consideravo gli occupanti del maestoso orrore architettonico di Buckingham Palace una banda di parassiti con cappelli eleganti. Uno di loro si offese persino per conto dei Windsor, citando Diana che saltellava tra i campi minati o abbracciava i malati di AIDS, e altri calcolati gesti di bontà della compianta.

A ogni modo, venne fuori che una troupe di ABC News Nightline avrebbe ripreso le attività del fine settimana. Stacey, la vivace responsabile del campo nonché direttrice statale del MUFON per l’Arizona, ci disse cosa aspettarci. Il mattino seguente, nella sala conferenze dell’hotel avremmo cominciato le lezioni, seguite da una gita nel deserto dell’Arizona per esercitazioni pratiche…

La storia continua su Vivono tra noi. Dischi volanti, cacciatori di alieni e teorie del complotto (Iperborea, 2026, traduzione di Luca Fusari), da cui questo brano è tratto.

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Daniel Lavelle

Daniel Lavelle

È un giornalista britannico, vincitore dell’Orwell Prize e del Royal Society of Literature Award per la non fiction. Scrive per il Guardian, per cui si è occupato spesso dell’esperienza dei senza fissa dimora. Vivono tra noi è il suo secondo libro.