Due ori olimpici, decine di trionfi nel golf e un talento capace di attraversare ogni sport. La storia di Babe Didrikson-Zaharias, che sfidò i pregiudizi del suo tempo e aprì nuove strade alle atlete di domani
Getty Images
Ha fatto la rivoluzione e oggi non la ricorda nessuno. È lo strano destino di Mildred “Babe” Didrikson-Zaharias, la più grande atleta di tutti i tempi. Un titolo che merita per i risultati che ha raggiunto, per le lezioni che ha lasciato al mondo, per l’eredità che ha consegnato a tutte le donne che dopo di lei hanno praticato sport, per la spinta che ha determinato alla condizione femminile negli Stati Uniti. Tutte queste cose insieme la staccano decisamente da chiunque altra si autoproclami - o venga dichiarata dagli uffici marketing sempre al lavoro - la più grande sportiva di sempre. Fenomenale giavellottista, ostacolista, altista, cestista, golfista. Eccelleva anche in baseball, nuoto, hockey, tennis, equitazione, canottaggio, pattinaggio di figura. Imbattibile nei tuffi. Ed era fortissima anche a biliardo e a bowling. E tutto questo in un’epoca, i primi decenni del secolo scorso, quando alle donne americane era chiesto più che altro di sorridere, andare dal parrucchiere, cucinare e figliare.
All’Olimpiade di Los Angeles 1932 si qualificò per cinque gare nell'atletica, ma fu costretta a scegliere solo tre finali perché era il limite massimo concesso dal regolamento. Vinse due ori, uno nel giavellotto e uno negli 80 ostacoli, e poi un argento nel salto in alto. Intanto giocava a basket, disciplina in cui vinse tre campionati nazionali e fu nominata per altrettante volte nel quintetto All-American. Poi pensò al golf e arrivarono 82 trionfi.
Babe Didrikson su un campo da golf il 13 agosto 1947
Tutto questo in brevissimo tempo perché è morta ad appena 45 anni. Ha scritto un’autobiografia, le hanno dedicato libri e film. Eppure, oggi non la conosce nessuno. Babe Didrikson, la più grande atleta di sempre, è diventata una perfetta sconosciuta. Nel mondo e anche in America. A Beaumont, in Texas, casa sua, le hanno anche dedicato un museo, proprio accanto all’uscita della superstrada. Una torre circolare di mattoni al cui interno sono raccolte medaglie, trofei, mazze da golf e telegrammi e lettere inviate da gente comune, primi ministri e presidenti, ormai ingiallite. È gratuito ed è aperto tutti i giorni tranne a Natale. Nelle giornate migliori ospita qualche isolato visitatore. In molti altri giorni, però, non entra nessuno. Babe Didrikson è stata dimenticata.
“Ho giocato a qualsiasi cosa. Tranne che alle bambole”
— Mildred “Babe” Didrikson
Ma come è stata possibile una simile rimozione? Per capirlo forse è meglio ripartire dall’inizio, dal 26 giugno 1911, da quel lunedì di 115 anni fa quando venne al mondo una bambina che fu chiamata Mildred, sesta figlia – poi ne sarebbe arrivato un settimo – dei coniugi Didrikson. Papà Ole era un marinaio. Un carpentiere navale norvegese che aveva doppiato Capo Horn diciannove volte prima di stabilirsi a Port Arthur, in Texas. Mildred fin da subito si dedicò a tutti gli sport possibili, il suo obiettivo era vincere, battere chiunque avesse davanti, bambino o bambina che fosse. «Non vedo alcun senso nel giocare se non si vince», diceva spesso. Un’altra sua frase, quando ricordava quei tempi, era questa: «Ho giocato a qualsiasi cosa. Tranne che alle bambole». Ovviamente preferiva sfidare i ragazzi perché erano atleti migliori delle ragazze.
La “maschiaccia” del Texas
Cominciarono a chiamarla Babe perché un giorno, giocando a baseball, fece ben 5 fuoricampo in una singola partita, un’impresa degna di Babe Ruth, il più grande e il più famoso giocatore di allora, il re degli home run. Un’altra delle sue mille incredibili giornate sportive fu il 16 luglio 1932, ai campionati amatoriali di atletica leggera a Evanston, nell’Illinois, che valevano anche come qualificazione olimpica. Babe era un’impiegata di una compagnia di assicurazioni di Dallas, la Employers Casualty, e veniva pagata 75 dollari al mese per il suo lavoro. Quel giorno si sfidavano varie squadre, lei era l’unica rappresentante del team che aveva il nome della sua azienda. Le altre squadre aziendali erano composte da 12, 15 e persino 22 donne.
Mildred Babe Didrikson conquista la medaglia d'oro nella gara femminile di giavellotto durante i Giochi Olimpici estivi del 1932 a Los Angeles, in California.
Nelle tre ore seguenti passò di gara in gara, con giusto il tempo di riprendere fiato tra un impegno e l’altro. Si classificò prima in cinque discipline: salto in lungo, getto del peso, lancio del giavellotto, 80 metri ostacoli e lancio della palla da baseball. Si classificò a pari merito al primo posto in una sesta specialità, il salto in alto. Da sola accumulò un totale di 30 punti per l’Employers Casualty. La squadra al secondo posto, l’Illinois Women’s Athletic Club, totalizzò 22 punti e lo fece sommando i risultati di 22 atlete. «“Inverosimile” è l’aggettivo che meglio si addice a Babe», scrisse Arthur Daley sul New York Times.
All’Olimpiade di Los Angeles 1932, lo abbiamo già visto, si portò via due ori e un argento. Oggi, dopo un’impresa simile, Didrikson sarebbe diventata una star mondiale, ricca e famosa, con molti contratti pubblicitari e richiesta da tutte le tv. Ma un secolo fa il mondo era molto diverso, per niente migliore anche se la nostalgia ci fa spesso indorare il passato. Allora Babe era un oggetto misterioso, spesso derisa e sbeffeggiata, con le donne della buona società texana che la tenevano lontana dalle loro case – lei figlia di un falegname norvegese – chiedendosi se fosse una lei o un lui o chissà che cosa. Su qualche giornale locale c’era chi si chiedeva se il suo successo nello sport fosse solo un modo di compensare il suo fallimento nello “sport di conquistare gli uomini”. Pochi mesi dopo il successo olimpico si dovette adattare a esibirsi in spettacoli di vaudeville, giocando a baseball a dorso di un asino. A scontrarsi ancora di più con la cultura popolare americana degli anni ’30 erano l’aspetto e altri atteggiamenti di Babe. Spesso definita la “maschiaccia del Texas”, affermava che il trucco e la moda fossero roba da “femminucce”. A un giornalista che le aveva chiesto del matrimonio, rispose «che non le interessava affatto». C’erano padri e madri che temevano che le loro figlie potessero diventare come lei se avessero fatto troppa attività sportiva.
Il golf, l’amore, la ricchezza
Fu il golf a cambiare tutto. Quando decise di dedicarsi completamente a questo sport stava in campo pratica a colpire 1.000 palline al giorno, fino a quando le mani le facevano così male da doverle fasciare. Una costanza che l’avrebbe portata a diventare una delle 13 fondatrici della LPGA – la lega professionistica femminile -, la prima a giocare contro gli uomini in un evento del PGA Tour e la prima americana a vincere il British Women’s Amateur Championship.
Fu grazie al golf che conobbe il suo futuro marito George Zaharias, un lottatore professionista, che le insegnò a essere più femminile e a trasformare la sua personalità per adeguarsi agli standard che allora erano richiesti. Invece di andare in giro a minacciare le avversarie («Babe è qui! Chi finirà seconda?» diceva arrivando al campo) improvvisamente si addolcì e imparò a sorridere e a essere forse anche un po’ falsa per farsi accettare: «So di non essere carina, ma cerco di essere aggraziata». Un tocco di rossetto e un nuovo guardaroba fecero il miracolo e Babe cominciò a fare soldi a palate, circa centomila dollari l’anno fra premi, esibizioni e contratti pubblicitari. A metà degli anni Cinquanta aveva vinto almeno una volta tutti i tornei allora esistenti. Però ogni tanto il suo carattere da dura texana emergeva da sotto la copertina di sorrisi e merletti. A un giornalista che le chiedeva se pensasse di ritirarsi avendo ormai vinto tutto il possibile rispose «Ci sono troppi soldi in ballo per smettere».
“Era una donna che, nella sua carriera sportiva, si era certamente guadagnata l’ammirazione di ogni persona negli Stati Uniti e di tutti gli sportivi del mondo”
— il presidente degli Stati Uniti d'America Dwight D. Eisenhower
Nel 1953 le scoprirono un tumore al retto e fu operata. Sembrava la fin della carriera, ma due mesi dopo essere uscita dall’ospedale era già in campo a fare quello che aveva fatto sempre: vincere. Anche in questo caso fu capace di essere un esempio: «Questo dimostrerà a molte persone che non devono aver paura di un intervento chirurgico e che possono andare avanti e vivere una vita normale». Era un’epoca in cui i personaggi pubblici cercavano di nascondere le malattie, non di mostrarle, ancora una volta Babe si rivelò diversa da tutti gli altri. Però il destino, quando decide di giocare duro, non si fa prendere in giro dalle parole e non si fa ingannare dalla forza di volontà. Dopo due anni di successi un dolore all’anca la costrinse a fermarsi. Questa volta definitivamente.
La mattina in cui morì in un ospedale di Galveston, in Texas, il presidente Dwight D. Eisenhower aprì la sua conferenza stampa a Washington con questo omaggio: «Era una donna che, nella sua carriera sportiva, si era certamente guadagnata l’ammirazione di ogni persona negli Stati Uniti e di tutti gli sportivi del mondo, e nella sua coraggiosa lotta contro il cancro ha combattuto una di quelle battaglie che sono fonte di ispirazione per tutti noi». Chiuse gli occhi nel settembre 1956, aveva appena 45 anni. Sufficienti per cambiare il modo in cui erano guardate le sportive nell’America di allora. E anche se oggi, settant’anni dopo, è praticamente una sconosciuta, non c’è donna nel mondo che non le debba qualcosa. Beaumont, Texas, non è proprio dietro l’angolo, ma se qualcuno dovesse passarci si ricordi di entrare in quel museo dimenticato. Sarebbe un bell’omaggio a Mildred “Babe” Didrikson.
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