Dick Fosbury, l’uomo che si girò per cambiare il mondo
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Dick Fosbury, l’uomo che si girò per cambiare il mondo

Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, un ragazzo americano di 21 anni salta l’asticella dando le spalle al cielo. Sembra una follia, invece è una rivoluzione: il suo “Fosbury Flop” cambierà per sempre il salto in alto. Perché a volte, per superare un ostacolo, basta smettere di affrontarlo come fanno tutti gli altri

Los Angeles Times Photographic Collection, UCLA Library — CC BY 4.0

Che faccia ha un rivoluzionario? Ci si immagina sempre quella di un semidio, ognuno ha in testa il suo riferimento, basco barbetta sigaro e sorriso, per esempio. Ma spesso la realtà è più banale, non sono solo gli eroi a ribaltare il mondo che conosciamo per offrircene una versione nuova. Un rivoluzionario può anche avere la faccia di un ragazzo biondo con un sorriso che mostra i dentoni, un viso come tanti, da tipico studente americano, destinato a sposare una ragazza bionda come lui, a fare qualche figlio, biondi anche loro, a guidare una Corvette, a vestire una camicia con le maniche corte e la biro che spunta dal taschino e a lasciare al massimo un buon ricordo nella comunità che si ritrova in chiesa la domenica mattina. Può essere la faccia ordinata e ordinaria di Dick Fosbury, l’eponimo di tutti i rivoluzionari dello sport, l’uomo a cui questa rubrica è dedicata.  

Dick Fosbury nel 1968
© Pubblico Dominio
Dick Fosbury nel 1968

L’anno della meraviglia è il 1968, in quei mesi che stavano mutando tutto, con il mondo che fibrilla, gli studenti che protestano in California e la febbre che si propaga a Parigi e poi fino a casa nostra, a Roma e Milano. Un anno che è diventato un modo di dire, fare un sessantotto, nulla che resta come prima. La Primavera di Praga, gli assassini di Martin Luther King e Bob Kennedy. E l’Olimpiade di Città del Messico che sportivamente è un terremoto: il pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri. Il salto nel futuro di Bob Beamon nel lungo, con una misura – 8,90 – che sarebbe rimasta insuperata per 22 anni e 316 giorni, dal 18 ottobre 1968 fino al 30 agosto 1991 quando finalmente Mike Powell planò a 8,95.

Quelle del 1968 sono le prime Olimpiadi a colori, le prime a essere trasmesse in mondovisione. Il 20 ottobre è il giorno della finale del salto in alto, la platea che può osservare il cambiamento in corso è aumentata a dismisura di mille, centomila volte. È stato calcolato poi che furono oltre 600 milioni le persone che guardarono le gare in tv. Il salto in alto non è una specialità laterale e poco importante, è uno dei 12 eventi dell’atletica presente in tutti i Giochi fin dalla prima edizione. Gli atleti in gara sono 39 e rappresentano 25 nazioni diverse.

Da sempre, forse fin dall’antica Grecia, chi faceva salto in alto passava l’asticella prima con un piede poi con un altro. E anche in Messico tutti, a parte uno, saltano così: si corre dritti verso l’ostacolo, si lancia una gamba verso l’alto per darsi lo slancio decisivo e poi ci si arrotola sopra l’asticella con la pancia rivolta verso il basso. L’ultima cosa a passare sopra la sbarra è l’altro piede, quello rimasto indietro. Si chiama tecnica ventrale, da qualche decennio ha sostituito la forbice che era lo standard precedente. Però in gara c’è anche un ragazzo americano di 21 anni, quello diverso, sconosciuto a tutti, qualificatosi per un soffio, che non ha mai partecipato a una competizione internazionale. Anche in Messico si allena da solo, praticamente i suoi avversari lo vedono per la prima volta quando si avvicina alla pedana. Bisogna immaginarsi il momento: c’è questo biondino alto più di un metro e novanta, lungo e magro, che prima di partire si dondola avanti e indietro, chiude e apre i pugni, ha due scarpe di colori diversi, due pettorali con numeri differenti su maglietta e tuta – chissà perché - e soprattutto invece di correre diritto fa una specie di curva verso l’esterno per poi tagliare verso destra, alzare la gamba sinistra e contemporaneamente girare le spalle portando il bacino verso l’alto, in modo che l’asticella venga passata prima dalla testa, poi dalle spalle, quindi dal busto e dal sedere e infine dalle gambe e dai piedi uniti. Il tutto guardando verso il cielo e non verso il basso. È allora che gli 80 mila dello stadio esplodono in “oh” di meraviglia. Eccola la rivoluzione.

Ma chi è questo Dick Fosbury? Arriva dall’Oregon, da una cittadina chiamata Medford. Suo papà Doug guida un camion per il trasporto del legname, mentre sua madre, Helen, è una segretaria che suona il pianoforte per diletto. Dick è troppo magro per essere scelto nelle squadre di basket o football, così al liceo prova tutte le discipline dell’atletica, gli piace il salto in alto, ma è proprio una schiappa. Il peggiore di tutta la scuola. I primi salti li fa con la forbice, quasi da fermo: 1,63. Poco poco. Allora prova con il ventrale che richiede più tecnica e lui impiega quasi un anno a raggiungere la stessa misura: ancora 1,63. I suoi coetanei vincono le gare saltando 1,78. L’allenatore - si chiama Dean Benson, merita di essere ricordato - dice allora una cosa che gli garantisce un posticino in questa storia: “Dick, fai un po’ come ti pare, salta come vuoi, salta a modo tuo. Do it your way”.

Nel maggio 1963, a 16 anni, Fosbury comincia ad affinare il suo stile personale. Non è un’innovazione che arriva improvvisamente, come un tuono, ma un processo. La gamba, i fianchi, il sedere, prova e riprova, cambia e sistema, sbaglia e ritenta, alla fine però le cose si mettono insieme e finalmente, passando l’asticella con la schiena e non con la pancia, arriva anche lui a 1,78. Da lì il miglioramento è costante. Un cronista di un giornale locale non sapendo che nome dare a questo stile propone di chiamarlo Fosbury Flop. Magari pensando anche al doppio significato della parola: una caduta pesante – proprio come fa Dick che precipita dopo aver passato l’asticella – ma anche un fallimento. Quello che si aspettano tutti. All’inizio, infatti, nelle garette scolastiche ridono di lui, i tecnici avversari provano anche a cercare qualche codicillo nei regolamenti che gli impedisca di saltare così, molti pensano che si sarebbe rotto l’osso del collo cadendo male all’indietro. Come avrebbe poi raccontato lui stesso: “Fino al ’66 venivano a vedere i miei allenamenti, si divertivano e mi dicevano: ‘Bravo, bello da vedere, ma fuori da un circo non combinerai mai niente di buono’”. C’è anche un particolare tecnico che permette la rivoluzione: fino a pochi anni prima, dietro l’ostacolo c’era una fossa riempita di sabbia, trucioli di legno e segatura. Impensabile caderci dentro di schiena, ma poi qualcuno all’inizio degli Anni 60 pensò che un materassino avrebbe limitato gli infortuni. E Fosbury ebbe l’illuminazione di cascarci sopra. Di schiena.  

Ma torniamo a Città del Messico, a quel 20 ottobre 1968: è la prima Olimpiade in cui si usa il materassino. In gara ci sono ovviamente tutti i migliori, dal campione olimpico in carica, l’americano Ed Caruthers, a un agguerrito gruppo di sovietici. Non c’è però il detentore del record del mondo – con 2,28 - il sovietico Valery Brumel, ammirato da tutti per l’eleganza del suo gesto, così bello da vedere da meritarsi il soprannome di Lord Brumel, con riferimento al maestro d'eleganza di sempre, il dandy per  antonomasia, l’aristocratico inglese Beau Brummell. Dopo aver concluso la stagione 1965 vincendo tutte le gare a cui aveva partecipato, Brumel subì una frattura multipla al piede destro in un incidente in moto e rischiò addirittura l’amputazione. Nel ’68 stava ancora cercando di recuperare. Anche senza di lui la gara è emozionante ed equilibrata, Fosbury, Caruthers e il sovietico Valentin Gavrilov eguagliano il record olimpico a 2,18 metri e poi superano con successo i 2,20 battendo il vecchio primato. Fosbury e Caruthers saltano anche i 2,22 metri, ma è solo Dick a superare i 2,24 metri, stabilendo il nuovo record olimpico. Ci riesce solo al terzo tentativo, ma è sufficiente a farlo diventare una leggenda. Fosbury è medaglia d’oro, Caruthers argento, Gavrilov bronzo.

Dick Fosbury alle qualificazioni americane per le Olimpiadi del 1968 al Los Angeles Memorial Coliseum.
© Los Angeles Times Photographic Collection, UCLA Library — CC BY 4.0
Dick Fosbury alle qualificazioni americane per le Olimpiadi del 1968 al Los Angeles Memorial Coliseum.

In gara in quella finale c’è anche un italiano, Giacomo Crosa, che poi sarebbe diventato un volto noto della televisione commerciale. Arriva sesto ed è diretto testimone del cambiamento: “In un attimo il salto in alto è diventato democratico, si è allargato al popolo. Prima era uno sport aristocratico, per super atleti, dopo Fosbury è diventato per tutti”. La differenza fondamentale è che con il nuovo stile diventa più importante la velocità di corsa e di esecuzione rispetto alla forza e ciò ha aperto nuovi orizzonti, soprattutto a livello femminile. Però non tutti si fanno convincere facilmente a lasciare le vecchie abitudini. Paura, diffidenza, pigrizia mentale, è sempre difficile cambiare. Ma la rivoluzione è lanciata e non fa prigionieri, poco alla volta il Fosbury Flop diventa lo standard: ai Giochi di Monaco ‘72, 28 dei 40 atleti dell’alto useranno il Fosbury (ma l’oro va all’estone Tarmak che salta ancora ventrale), a Mosca ‘80, 13 su 16. Da allora il ventrale va in archivio.

“In un attimo il salto in alto è diventato democratico, si è allargato al popolo. Prima era uno sport aristocratico, per super atleti, dopo Fosbury è diventato per tutti. E tutte”

— Giacomo Crosa, giornalista ed ex altista italiano. Anche lui partecipò ai Giochi Olimpici del 1968

Fatta la rivoluzione, Fosbury forse sa che il suo compito è finito e non riesce più a raggiungere l’eccellenza. Poco alla volta lascia l’atletica, nel 1972 si laurea in ingegneria civile all’Oregon State University, nel 1977 si trasferisce a Ketchum, la cittadina dell’Idaho dove nel 1961 si era suicidato Ernest Hemigway, e lì fonda una società di ingegneria. Progetta e realizza piste ciclabili e percorsi podistici. Con la moglie Robin vive in una fattoria dove coltiva fieno e si prende cura dei loro cavalli. Poi gira il mondo per raccontare la sua storia e insegnare che a volte basta girarsi per cambiare il mondo. E che non bisogna temere di rompersi l’osso del collo per stravolgere le consuetudini.

Il 30 dicembre 1968, settanta giorni dopo la medaglia d’oro di Città del Messico, fu registrata una canzone che avrebbe benissimo potuto scrivere lui stesso: era My Way di Frank Sinatra. Tutto quello che ho fatto l’ho fatto a modo mio. Come gli aveva detto il suo allenatore al liceo: salta come ti pare. Fosbury è morto nel 2023 per un linfoma.

Al centro Dick Fosbury con Matteo Dore (a destra, autore di questo articolo) e, a sinistra, Valery Borzov, velocista sovietico, il grande rivale di Pietro Mennea
Al centro Dick Fosbury con Matteo Dore (a destra, autore di questo articolo) e, a sinistra, Valery Borzov, velocista sovietico, il grande rivale di Pietro Mennea

Per approfondire

Matteo Dore

Matteo Dore

Milanese, nato nel 1965, giornalista sportivo.