Terapia genica: guariremo (quasi) tutte le malattie?
Grazie ai successi della ricerca biomedica siamo nel pieno di una rivoluzione silenziosa, che apre scenari di grandi speranze, ma con qualche criticità. Ne parliamo con Antonella Viola, immunologa e docente all’Università di Padova
TanyaJoy - iStock
Dall’intervento sul materiale genetico per le malattie ereditarie all’immunoterapia contro i tumori, la medicina sta cambiando a una velocità impressionante. Per il Gomitolo Atomico, Massimo Polidoro ne parla con l’immunologa Antonella Viola, che ci racconta di come le scoperte della medicina moderna stiano cambiando per sempre il modo di affrontare le malattie. E lancia un invito affinché tutti i saperi, dalla scienza, all’etica, all’economia, dialoghino sempre più tra loro. Senza dimenticare la politica, che deve adottare un approccio alla terapia caratterizzato da uno sguardo a lungo termine.
Tu usi una parola forte come “rivoluzione”. Perché?
Perché il cambiamento è reale e profondo. Io insegno patologia a Medicina e ogni anno mi trovo ad aggiornare il materiale didattico per inserire una nuova malattia nella lista di quelle per cui esiste una cura. Ogni volta mi emoziono. Ma una rivoluzione è tale solo se diventa patrimonio di tutti, se i cittadini sono preparati per usufruirne in modo consapevole e in maniera partecipata.
Antonella Viola è stata ospite del Gomitolo Atomico il 13 maggio 2025. Questo articolo è tratto da quell'intervista.
Una delle rivoluzioni più grandi riguarda la terapia genica. Di che cosa si tratta?
Il DNA è una lunga sequenza di “lettere” che contiene le istruzioni per produrre proteine, le quali svolgono tutte le funzioni del nostro corpo. In questa sequenza, a volte, si verifica un errore - una mutazione - che impedisce la produzione di una proteina o la rende difettosa, causando dalla nascita una malattia genetica che si manifesta spesso nei primi anni di vita e che, a seconda di dove va a colpire questa mutazione, può essere più o meno grave. La terapia genica interviene portando all’interno delle cellule del paziente una copia corretta del gene difettoso. Una volta incorporato, il gene terapeutico permette di produrre la proteina mancante: il paziente è guarito!
Come si riesce a far entrare il gene corretto nelle cellule?
Si usano i virus, modificati in modo da non causare malattia: si inserisce al loro interno il gene terapeutico e si sfrutta la loro capacità naturale di penetrare nelle cellule. I più utilizzati a questo scopo sono il virus del raffreddore e persino quello dell’HIV, modificati perché siano innocui. Oggi, poi, la tecnica delle “forbici molecolari” permette di modificare anche un solo nucleotide, cioè una sola lettera, senza creare disordine nel nostro DNA.
E poi c’è l’editing epigenetico…
È la frontiera più recente. L’epigenetica studia come i geni vengono “accesi” o “spenti”: tutte le nostre cellule, infatti, hanno lo stesso DNA, ma ogni cellula svolge funzioni diverse perché esprime geni diversi. Anche l’ambiente – l’alimentazione, lo stile di vita - agisce su questi interruttori. Gli scienziati stanno imparando a fare lo stesso: non mirano a modificare il gene, ma a regolarne l’espressione. Questo apre la strada alla cura di malattie molto più comuni, in cui il problema non è una mutazione, ma un gene che si comporta in modo sbagliato.
Si è parlato tanto anche dell’RNA messaggero…
Sì, si tratta di agire sull’RNA, che partendo dal DNA porta nel citoplasma della cellula il suo messaggio di istruzioni per fabbricare le proteine. In questo modo non si tocca il DNA, che resta protetto nel nucleo. Questa tecnologia, che però tendeva a provocare una reazione infiammatoria pericolosa, all’inizio era studiata per i vaccini contro il cancro, perché con l’RNA messaggero possiamo dire a una cellula di esprimere una proteina che la renda riconoscibile al sistema immunitario. In seguito, la tecnologia è stata perfezionata da Drew Weissman e Katalin Karikò, Nobel per la medicina, che hanno capito come impedire la reazione infiammatoria, ed è poi diventata la base dei vaccini anti-Covid.
Adesso, sempre a partire dall’RNA, stiamo lavorando su vaccini personalizzati: si analizza il tumore del singolo paziente e si progetta un RNA messaggero su misura, che insegni al sistema immunitario a riconoscerlo e ad attaccarlo. I risultati sono ancora in corso di valutazione, ma l’approccio è promettente.
VEDI ANCHE - La puntata del Gomitolo Atomico del 30 dicembre 2025 con l'immunologo Carl Jung sulle cellule anticancro.
Qual è stato il grande cambiamento nell’oncologia degli ultimi decenni?
L’immunoterapia. Quando ho iniziato a occuparmi di questo campo di ricerca, circa 25 anni fa, sembrava impossibile curare il cancro attraverso il sistema immunitario. Invece, grazie alla ricerca, abbiamo capito come il tumore riesce a “spegnere” la risposta immunitaria e attraverso quali molecole lo fa. Sono stati sviluppati anticorpi monoclonali capaci di togliere questi “freni”, risvegliando il sistema immunitario. Oggi questi anticorpi sono usati con risultati straordinari per il melanoma e per altri tumori. La sopravvivenza è cresciuta enormemente rispetto a cinquant'anni fa.
Il grande ostacolo è il costo, la sostenibilità…
Sì, perché queste terapie così personalizzate sono molto costose. È capitato diverse volte che, una volta trovata la cura, la casa farmaceutica che avrebbe dovuto fornire il farmaco abbia smesso di produrlo perché i costi erano troppo alti rispetto al numero di pazienti al mondo: non avrebbe avuto un ritorno economico. È successo anche con malattie rare che colpiscono i bambini, come l’ADA-SCID, una grave immunodeficienza infantile, o nel caso dei “bimbi farfalla”, che hanno una malattia genetica che rende la pelle fragilissima. In questi casi dovrebbe intervenire lo Stato. Serve, infatti, un cambio di prospettiva politica ed economica. Penso anche alla spesa per le nuove terapie anticancro che la ricerca sta studiando. Al momento sono costosissime, ma i governi devono iniziare a ragionare in termini di costi e benefici a lungo termine, di qualità della vita dei pazienti e di forza contrattuale collettiva. In Europa, ad esempio, un centro unico di produzione di farmaci per malattie rare abbatterebbe i costi. E nel tempo, come è già avvenuto con il sequenziamento del DNA, i costi tecnologici scenderanno. Intanto, però, serve una programmazione sanitaria all’altezza della rivoluzione biomedica.
La politica deve allearsi con la ricerca, insomma.
Non solo la politica. La scienza biomedica non può camminare da sola: ha bisogno di dialogare con l'etica, l'economia, la filosofia, e con le altre tecnologie. Le scoperte scientifiche cambiano la vita delle persone, le dinamiche sociali, e per portare davvero beneficio a tutta la società è necessaria una contaminazione dei saperi. Ho imparato ad apprezzare una conoscenza “fluida”, che attraversa i confini delle discipline.
L’ultimo libro di Antonella Viola, scritto con Alessandro Aiuti, direttore di Pediatria Immunoematologica dell’ospedale San Raffaele di Milano, si intitola La rivoluzione della cura (Einaudi, 2025)*.
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Giornalista, si è occupata di salute, tecnologia, cultura, migranti. È la caporedattrice di Lucrezio.
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