Smascheriamo gli "spacciatori" di dubbi sul clima
CLIMA

Smascheriamo gli "spacciatori" di dubbi sul clima

Dal «Ci abitueremo» ai grafici raccontati al contrario: come la nuova retorica climatica non nega più i fatti, ma li confonde per convincerci a restare fermi.

Nei giorni scorsi ci siamo ritrovati, in Europa, a vivere una nuova ondata di caldo estremo, con temperature che fino a non molti anni fa avremmo considerato eccezionali e che oggi, invece, rischiano di diventare sempre più familiari. Nei giorni scorsi soprattutto, in città sembrava di camminare in un forno e di notte non c’era sollievo. I dati diffusi dall’OMS e ripresi dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale ci dicono che dal 21 giugno si sono registrati più di 1.300 decessi in eccesso collegati alle alte temperature in Europa.

Anomalia della temperatura media giornaliera dell’aria in superficie nel periodo 11–19 maggio 2026 (a sinistra) e 21–30 maggio 2026 (a destra), rispetto alla media corrispondente del periodo 1991–2020. Fonte dei dati: ERA5. Crediti: C3S/ECMWF.
Anomalia della temperatura media giornaliera dell’aria in superficie nel periodo 11–19 maggio 2026 (a sinistra) e 21–30 maggio 2026 (a destra), rispetto alla media corrispondente del periodo 1991–2020. Fonte dei dati: ERA5. Crediti: C3S/ECMWF.

A me questi numeri fanno decisamente impressione, anche perché sappiamo che i bilanci delle ondate di calore richiedono sempre tempo per essere consolidati e spesso vengono rivisti al rialzo. Ma, al di là dei numeri esatti, il punto dovrebbe essere evidente: il caldo estremo non è solo un disagio, non è solo un argomento da conversazione in ascensore, non è solo “l’estate che fa il suo mestiere”. A questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti il rischio sanitario, prima di tutto, ma anche sociale ed economico di questa situazione.

Il caldo estremo colpisce le persone, gli ospedali, il lavoro, le scuole, le coltivazioni, le infrastrutture, gli animali, gli ecosistemi. E, come spesso accade quando i fatti diventano troppo ingombranti per essere ignorati, ecco che entra in scena una vecchia strategia: non negare necessariamente tutto, ma intorbidire l’acqua, spostare l’attenzione, minimizzare, suggerire che in fondo sia sempre successo, insinuare che forse non ci sia nulla di così grave o che, comunque, non valga la pena fare troppo.

A raccogliere alcuni esempi recenti di questa retorica è stata Serena Giacomin, che ringrazio perché ha messo in fila, in un post su Instagram, alcune frasi che meritano di essere osservate non tanto per il loro valore scientifico, che è praticamente nullo, ma per ciò che rivelano sul modo in cui oggi funziona la disinformazione climatica.

Ignazio La Russa (che lo ricordiamo è il presidente del Senato) ha dichiarato: «Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo». Roberto Vannacci, ex generale ora in politica, ha detto: «Sulle Dolomiti ci sono i fossili di organismi marini, il clima su questo pianeta è sempre cambiato». Franco Battaglia, un professore di chimica, ha scritto su La verità che «Dal 2000 ad oggi, a Milano-Linate le massime mensili e il numero di giorni sopra i 30 gradi non mostrano variazioni significative», ma, come osserva Serena, i grafici che lui stesso allega al suo articolo mostrano l’esatto contrario.

In questi e altri casi, inutile riportarli tutti, il problema non è soltanto che si dicano cose sbagliate. Profondamente sbagliate. Del resto, chi non studia, non si interessa, non approfondisce è inevitabile che parlerà a vanvera. Non c’è da stupirsi. L’aspetto più insidioso è che si costruisce (e bisognerebbe capire quanto in buona fede) una narrazione capace di sopravvivere persino ai dati che la smentiscono.

Il negazionismo cambia forma


Questo è il punto su cui dovremmo fermarci un momento, perché il negazionismo climatico di oggi non si presenta più in quella forma rozza dei primi tempi, in cui (con gli stessi toni rozzi e disinformati) si diceva che “il clima non cambia” o “il riscaldamento globale non esiste”. Certo, anche quelle frasi continuano a circolare, ma ormai, almeno nel dibattito pubblico più esposto, sono diventate più difficili da sostenere.

La strategia del negazionismo è cambiata. Si ammette magari che qualcosa forse sì, sta succedendo, ma subito dopo si aggiunge che il clima è sempre cambiato, come se il fatto che in passato siano esistiti cambiamenti naturali bastasse a cancellare le cause e la rapidità del cambiamento attuale.

Si dice che ci abitueremo, come se adattarsi significasse semplicemente comprare un ventilatore o andare al mare un po’ prima. Si dice che i dati non sono significativi, magari mostrando gli stessi grafici che suggeriscono l’opposto. Si parla dei costi della transizione senza parlare dei costi enormi dell’inazione. Si invoca il buon senso, ma spesso è solo un modo per non guardare ciò che la scienza va ripetendo da decenni.

Il dubbio come prodotto


Nei giorni scorsi è venuta a trovarmi un’amica che tutto questo lo conosce meglio di chiunque altro, la storica della scienza di Harvard Naomi Oreskes.

Massimo Polidoro e Naomi Oreskes (photo: M. Polidoro)
Massimo Polidoro e Naomi Oreskes (photo: M. Polidoro)

È sempre illuminante (e divertente) trascorrere del tempo con lei ed è ironica la coincidenza di averla avuto qui proprio mentre circolavano le stupidaggini di cui sopra. Il lavoro di Naomi, infatti, ha avuto un’importanza enorme nel mostrare come il dubbio possa essere trasformato in un prodotto, in una merce, in uno strumento politico e industriale. Insieme a Erik Conway, nel libro Mercanti di dubbi (per la cui edizione italiana ho avuto l’onore di scrivere la prefazione), ha ricostruito la storia di un meccanismo che si è ripetuto più volte nel corso del Novecento e poi fino ai nostri giorni: di fronte a conoscenze scientifiche solide, ma scomode per interessi economici o ideologici, non serve necessariamente dimostrare che la scienza è falsa. Basta far credere che sia ancora incerta.

È successo con il fumo. Per anni l’industria del tabacco non ha avuto bisogno di provare che le sigarette fossero innocue, perché sarebbe stato impossibile. Le bastava insinuare che non ci fossero ancora prove definitive, che servissero altri studi, che gli scienziati non fossero tutti d’accordo, che forse c’entravano altri fattori. È successo con le piogge acide, con il buco dell’ozono, con gli effetti del DDT e poi con il cambiamento climatico. La formula, in fondo, è sempre la stessa: quando un fatto scientifico minaccia un interesse potente, il dubbio diventa una cortina fumogena. Non un dubbio autentico, non il dubbio sano che anima la ricerca, ma un dubbio artificiale, costruito per ritardare decisioni, confondere il pubblico e offrire a chi governa un alibi perfetto per non agire.

Questa distinzione è fondamentale, perché il dubbio, di per sé, è una cosa preziosa. La scienza vive di dubbi. Nessuna persona che abbia davvero capito il metodo scientifico penserebbe mai che dubitare sia un problema. Il problema nasce quando il dubbio viene simulato, quando non serve più a capire meglio ma a impedire di capire, quando non nasce dai dati ma dalla necessità di neutralizzarli. Il dubbio scientifico chiede: “Quali prove abbiamo? Quali ipotesi alternative possiamo mettere alla prova? Che cosa potrebbe smentire ciò che pensiamo?”. Il dubbio dei mercanti di dubbi, invece, chiede: “Come possiamo fare in modo che il pubblico creda che non sia ancora il momento di decidere?”. Sembrano domande simili, ma portano in direzioni opposte.

I trucchi dei fabbricanti di dubbi


Ecco perché certe frasi andrebbero lette non solo per ciò che dicono, ma per ciò che fanno. Quando qualcuno dice “il clima è sempre cambiato”, sta spostando la conversazione dal problema reale, cioè l’aumento rapidissimo delle temperature dovuto alle emissioni prodotte dalle attività umane, a una banalità geologica che nessuna persona competente negherebbe. Certo che il clima è sempre cambiato. Anche il livello del mare è sempre cambiato, anche le specie si sono sempre estinte, anche la Terra ha sempre attraversato fasi diverse. Ma da questo non segue affatto che ciò che sta accadendo oggi sia innocuo, naturale nei suoi meccanismi principali o irrilevante per noi. Sarebbe come dire che, siccome gli incendi sono sempre esistiti, allora non ha senso preoccuparsi se qualcuno dà fuoco a un bosco con una tanica di benzina!

Quando invece si dice “ci abitueremo”, il meccanismo è diverso ma ugualmente efficace. Qui non si nega il fenomeno, lo si addomestica. Lo si rende quasi pittoresco, trasformando un rischio in una questione di adattamento personale, come se il problema fosse abituarsi a una stagione un po’ più tropicale e non proteggere città costruite per un altro clima, persone che lavorano all’aperto, anziane e anziani che vivono da soli, reparti ospedalieri già sotto pressione, agricoltura esposta a siccità e stress termico, ecosistemi che non possono semplicemente trasferirsi all’ombra. Dire “ci abitueremo” può suonare rassicurante, ma spesso è solo un modo “elegante” per non dire chi pagherà il prezzo di quell’abitudine.

C’è poi la terza forma, forse la più sottile: prendere i dati e raccontarli al contrario. È un meccanismo particolarmente insidioso perché conserva l’apparenza della serietà. Non siamo più davanti alla frase buttata lì al bar o al commento provocatorio sui social, ma a un testo che mostra grafici, numeri, curve, parole tecniche. E a quel punto molte persone abbassano la guardia, perché la presenza di un grafico dà subito l’impressione di trovarsi davanti a un ragionamento solido. Ma un grafico non parla da solo. Può essere scelto male, tagliato male, interpretato male, messo accanto a una conclusione che non sostiene. E, soprattutto, può essere usato come una decorazione, per fingere autorevolezza, più che come strumento di comprensione. Il risultato è paradossale: si mostrano i dati, ma li si usa per impedire di vedere ciò che indicano.

A rendere tutto questo ancora più efficace c’è il modo in cui funziona la nostra mente. Chi mi segue lo sa bene, ne parlo da sempre. Noi non siamo lettori ideali, sempre calmi, attenti, competenti, disponibili a controllare ogni fonte e ogni passaggio logico. Siamo persone immerse in un flusso continuo di informazioni, spesso stanche, distratte, preoccupate, già orientate da convinzioni e appartenenze. Ci fermiamo al titolo, scorriamo il testo, guardiamo forse l’immagine, raramente analizziamo davvero un grafico. E, soprattutto, tendiamo a credere più facilmente a ciò che ci permette di non cambiare troppo. Se una frase ci offre il sollievo di pensare che il problema non sia così grave, che chi lancia l’allarme esageri, che in fondo qualcun altro si occuperà della questione o che non ci sia nulla da fare, quella frase trova dentro di noi un terreno molto fertile.

La retorica del ritardo


È qui che il mercato del dubbio incontra quella che oggi viene chiamata “retorica del ritardo climatico”. Il negazionismo classico diceva: non sta succedendo. La retorica del ritardo dice: forse sta succedendo, ma non così tanto; forse è un problema, ma non il più urgente; forse bisogna agire, ma non ora; forse bisogna cambiare, ma non troppo; forse la soluzione arriverà da sola, grazie a una tecnologia miracolosa; oppure, al contrario, forse è ormai troppo tardi e dunque non vale più la pena impegnarsi. Sono argomenti diversi, a volte persino contraddittori tra loro, ma hanno tutti lo stesso effetto: rallentare l’azione.

E questa è la ragione per cui dobbiamo imparare a riconoscerli. Non si tratta di indignarsi ogni volta, chi se ne importa! Nessuno vuole passare la vita a litigare con chiunque scriva sciocchezze. Dobbiamo riconoscerli per non farci manipolare. Ogni volta che sentiamo una frase sul clima dovremmo chiederci alcune cose molto semplici: questa affermazione aiuta a capire meglio il problema o serve solo a renderlo più confuso? Sta discutendo i dati o sta spostando il discorso su un dettaglio irrilevante? Sta confrontando grandezze comparabili o sta mettendo insieme cose che non c’entrano? Sta proponendo una soluzione concreta o sta solo spiegando perché non dovremmo fare nulla? Chi sta parlando che competenze ha? E, soprattutto, chi trae vantaggio dal fatto che il pubblico resti incerto, stanco, sfiduciato o convinto che ogni azione sia inutile?

Naturalmente, riconoscere questi meccanismi non significa pensare che la transizione ecologica sia semplice, indolore o priva di contraddizioni. Sarebbe ingenuo. Cambiare il modo in cui produciamo energia, ci spostiamo, costruiamo le città, coltiviamo, consumiamo e organizziamo l’economia è una delle sfide più grandi che l’umanità abbia mai affrontato. Ci sono costi, resistenze, errori, conflitti, interessi legittimi da bilanciare e persone che rischiano di pagare più di altre se le politiche non vengono pensate con giustizia. Ma proprio per questo abbiamo bisogno di discussioni serie e non di frasi a effetto. Abbiamo bisogno di valutare proposte, tempi, impatti, alternative. Abbiamo bisogno di distinguere le critiche utili, quelle davvero capaci di migliorare le soluzioni, dalle critiche tossiche, che hanno come unico risultato quello di paralizzarle.

Non siamo fermi


Per fortuna, e questo è il punto con cui vorrei lasciarti, non siamo affatto fermi. Non è vero che non si stia facendo nulla e non è vero che sia troppo tardi. È tardi per evitare ogni conseguenza, questo sì. Alcuni cambiamenti sono già in corso e altri continueranno a manifestarsi. Ma non è troppo tardi per evitare scenari peggiori, per ridurre i rischi, per proteggere le persone più vulnerabili, per rendere le città più vivibili, per accelerare soluzioni che già esistono. Anzi, una delle ragioni per cui la retorica del ritardo è così pericolosa è proprio questa: arriva nel momento in cui agire può ancora fare una differenza enorme.

Ci sono segnali concreti che meritano di essere ricordati. Nel 2024 le emissioni nette interne dell’Unione Europea sono scese al livello più basso dal 1990, con una riduzione complessiva di circa il 40 per cento rispetto a quell’anno, mentre nello stesso periodo il PIL europeo è cresciuto di oltre il 70 per cento. Questo non significa che l’Europa abbia risolto il problema, né che il suo percorso sia sufficiente da solo, ma dimostra una cosa importante: ridurre le emissioni non equivale automaticamente a spegnere l’economia o a tornare indietro. Significa trasformare sistemi, tecnologie, incentivi, abitudini. Significa fare politica industriale, ricerca, efficienza, innovazione.

Le emissioni totali di gas serra includono il settore LULUCF (Land Use, Land-Use Change, and Forestry, in italiano: Uso del suolo, cambiamento di uso del suolo e silvicoltura) e la CO₂ indiretta, ma escludono l’aviazione e la navigazione internazionali (Fonte: eea.europa.eu).
Le emissioni totali di gas serra includono il settore LULUCF (Land Use, Land-Use Change, and Forestry, in italiano: Uso del suolo, cambiamento di uso del suolo e silvicoltura) e la CO₂ indiretta, ma escludono l’aviazione e la navigazione internazionali (Fonte: eea.europa.eu).

Un altro segnale arriva dall’energia. Nel 2025, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, le nuove installazioni rinnovabili nel mondo hanno raggiunto un nuovo record e il solare ha continuato a crescere a una velocità impressionante. Nell’Unione Europea, sempre nel 2025, sono stati aggiunti quasi 85 gigawatt di nuova capacità rinnovabile, con il solare in testa. E secondo l’analisi di Ember sulla produzione elettrica globale, le rinnovabili hanno superato il carbone nella generazione di elettricità, raggiungendo una quota leggermente superiore a quella del carbone. Anche qui, attenzione: non significa che la transizione sia compiuta. Le emissioni globali restano troppo alte, le infrastrutture devono essere adeguate, le reti elettriche vanno modernizzate, l’accumulo deve crescere, i trasporti e il riscaldamento devono essere elettrificati molto più rapidamente. Ma significa che le alternative non sono più fantasie da ambientalisti ingenui: sono pezzi sempre più importanti del sistema reale.

E poi ci sono le azioni di adattamento, spesso meno raccontate ma decisive: piani per il caldo nelle città, allarmi precoci, alberature urbane, rifugi climatici, scuole e ospedali ripensati per temperature più estreme, protezione delle persone fragili, orari di lavoro modificati nei giorni più pericolosi, edilizia capace di isolare meglio dal caldo oltre che dal freddo. Sono misure concrete, forse meno spettacolari di un grande annuncio internazionale, ma capaci di salvare vite già oggi. Perché il clima che cambia non è un’astrazione: entra nelle case, nei corpi, nei quartieri, nelle giornate di lavoro, nelle bollette, nei raccolti, nelle relazioni tra le persone.

Di fronte a tutto questo, allora, non abbiamo di fronte solo due alternative: il catastrofismo e la banalizzazione. Il catastrofismo paralizza e la banalizzazione addormenta. Abbiamo bisogno di qualcosa di più maturo: la lucidità. Lucidità per guardare i fatti senza edulcorarli, lucidità per riconoscere chi prova a manipolarli, lucidità per distinguere il dubbio buono dal dubbio fabbricato, lucidità per capire che non esiste una soluzione magica ma esistono molte soluzioni parziali, imperfette, migliorabili, ma che insieme possono fare una differenza enorme.

Credo sia proprio questo il modo in cui il pensiero scientifico può diventare non solo uno strumento per capire il mondo, ma anche una forma di igiene civile. Perché ci insegna a non fermarci alla frase più comoda, ci sprona a chiedere prove, a guardare i grafici e a capirli prima di accettare la conclusione, a diffidare delle scorciatoie, a cambiare idea quando nuovi fatti lo richiedono. E ci ricorda che la conoscenza non elimina la responsabilità, anzi la rende più chiara. Sapere qualcosa significa anche non poter più fingere di non sapere.

I mercanti di dubbi continueranno a fare il loro mestiere, perché il loro mestiere funziona. Funziona quando abbiamo paura, quando siamo stanchi, quando non vogliamo rinunciare a nulla, quando una verità scomoda ci costringerebbe a cambiare abitudini, opinioni o priorità. Ma possiamo imparare a riconoscerli. Possiamo chiederci, ogni volta: questo dubbio mi aiuta a capire o mi invita a restare fermo? Mi apre gli occhi o mi offre una scusa per chiuderli?
È una piccola domanda, ma può cambiare molto.

L’imprescindibile indagine di Naomi Oreskes ed Erik Conway: Mercanti di dubbi (Edizioni Ambiente, 2025), con una prefazione di Massimo Polidoro.

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Massimo Polidoro

Massimo Polidoro

Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.