Un messaggio in bottiglia
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Un messaggio in bottiglia

Il significato di un’impresa che conta più per chi invia il messaggio che per chi potrebbe riceverlo

NASA/JPL-Caltech

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Mi trovo a Liverpool, dove ho presentato una conferenza sulla celebre teoria del complotto che vedrebbe Paul McCartney dei Beatles “morto” in un incidente nel 1966 e, da allora, sostituito da un sosia. È un caso esemplare di mentalità complottista al lavoro e mi sembrava un’occasione da non perdere quella di presentare questa conferenza nella città dei Beatles (magari ne parliamo presto su Lucrezio).

Con l’occasione, però, sono anche andato ad ascoltare uno dei più grandi divulgatori scientifici inglesi, Brian Cox, un fisico delle particelle e, allo stesso tempo, una celebrità televisiva, capace di riempire i palazzetti dello sport (come ieri sera) con migliaia di persone incantate ad ascoltarlo parlare di scienza, di fisica e spazio.

Brian Cox
© Massimo Polidoro
Brian Cox, venerdì sera alla M&S Arena di Liverpool.

Cox è davvero un oratore straordinario e la messa in scena degna di uno spettacolo di alto livello, ma quello che mi ha colpito di più è stato il suo richiamo ad alcuni degli stessi aneddoti a cui spesso amo riferirmi anch’io. In particolare, ha raccontato in maniera davvero coinvolgente il progetto delle missioni Voyager e, ascoltandolo, mi ha fatto venire voglia di condividerlo anche qui. Almeno una sua parte. Se ancora non lo conoscete, eccolo.

Più lontano che mai

Nell’agosto del 1977 un insolito “messaggio in bottiglia” viene gettato nel più grande degli oceani, lo spazio. A trasportarlo un veicolo spaziale, la Voyager 1, che la NASA ha lanciato da Cape Canaveral (le sonde, lanciate a pochi giorni di distanza una dall’altra, erano in realtà due ed erano identiche, Voyager 1 e Voyager 2, per sicurezza e ridondanza. Poiché Voyager 1 è la più veloce delle due la prenderemo come riferimento principale da qui in poi).

Voyager 1
© NASA/JPL-Caltech
La sonda Voyager 1

La sua missione principale riguarda il sorvolo di Giove e Saturno, in modo da studiarne i campi magnetici, gli anelli e fotografarne i satelliti. Tuttavia, dopo avere sorvolato il più esterno tra i due pianeti, Saturno, nel 1980 la missione è estesa e la sonda prosegue a raccogliere dati sulle regioni esterne del sistema solare.

Ad agosto del 2012 la Voyager 1 supera l’eliopausa, cioè il confine dove il vento solare del nostro Sole smette di prevalere e lascia spazio all’influenza delle particelle provenienti dallo spazio interstellare. È diventata così il primo oggetto costruito dall’uomo a entrare nello spazio interstellare. In questo momento, la sonda continua a funzionare e a inviare dati alla Terra, a quasi mezzo secolo dalla partenza, ma si prevede che la sua batteria si scaricherà a breve, quando sarà ormai a oltre 26 miliardi di chilometri dalla Terra. Che cosa succederà dopo? Probabilmente diventerà silenziosa, ma il veicolo continuerà a viaggiare nell’immensità del cosmo.

Nel frattempo, se volete vedere dove si trova e che cosa vede, il sito della NASA raccoglie i suoi dati in tempo reale qui.

Tra circa 30 mila anni, Voyager 1 abbandonerà completamente la nube di Oort, entrando nell’influenza gravitazionale di un’altra stella. La sua traiettoria punta verso la costellazione dell’Ofiuco, e fra circa 38 mila anni si troverà a circa 1,7 anni luce dalla stella Gliese 445, situata nella costellazione della Giraffa. Inoltre, considerato quanto lo spazio interstellare sia incredibilmente vuoto, è estremamente improbabile che il suo viaggio verrà interrotto dall’urto con qualche asteroide o detrito. E il suo messaggio sarà ancora a bordo, tra miliardi di anni, pronto per essere intercettato e raccolto da qualche potenziale civiltà extraterrestre evoluta.

Un disco d’oro

Sì, perché una missione secondaria della sonda è quella di portare a bordo un disco fonografico di rame rivestito d’oro con una testina e un braccio per microsolco e, sulla copertina di alluminio del disco, le istruzioni per l’uso. E fa abbastanza sorridere pensare che un’eventuale civiltà extraterrestre, così evoluta da captare e analizzare la nostra sonda spaziale, abbia bisogno di un libretto di istruzioni per capire come creare un giradischi!

Voyager: il disco d'oro
© Nasa
La copertina del disco d’oro della Voyager, con le istruzioni per costruire il giradischi.

Che cosa contiene quel disco? Ci sono 117 fotografie della Terra (le trovate qui), che mostrano gli aspetti più tipici del nostro pianeta: uomini e donne di tutte le etnie, bambini, animali, paesaggi nelle quattro stagioni, astronauti, grattacieli, interni di abitazioni, persone che mangiano, bevono, dipingono, scolpiscono, illustrazioni del corpo umano, la catena di montaggio in una fabbrica, un subacqueo, un tramonto di Sole, fotografie della Terra dallo spazio, immagini degli altri pianeti del sistema solare e così via. Inoltre, è presente anche una selezione di suoni della Terra: una varietà di fenomeni acustici naturali, come quelli prodotti da un vulcano, dalle onde, dal vento, dai tuoni, dagli animali (compresi i canti degli uccelli e delle balene) e perfino da un bacio; saluti pronunciati in 55 lingue diverse (in italiano il messaggio è: “Tanti auguri e saluti”); musiche e canti di varie culture, compresi il Concerto brandeburghese di Bach, una canzone dell’iniziazione delle donne pigmee, il canto notturno degli indiani navaho, la Quinta di Beethoven e Johnny B. Goode di Chuck Berry.

L’ideatore del progetto Golden Record, il “disco d’oro”, è stato qualcuno che conosciamo bene: il celebre astronomo e divulgatore Carl Sagan, che lo ha immaginato come una “cartolina cosmica” inviata dall’umanità a una lontana civiltà aliena. La direttrice creativa, Ann Druyan (che sarebbe poi diventata sua moglie), vedeva l’artefatto come una sorta di “arca di Noè culturale”.

Carl Sagan spiega il significato del Golden Record.
Carl Sagan spiega il significato del Golden Record.

Sulla copertura del disco, che lo protegge da polvere e detriti, è inciso anche un diagramma che mappa la posizione del nostro sistema solare rispetto a quattordici pulsar. Sono state scelte queste stelle di neutroni perché, con i loro segnali unici e prevedibili, permettono di mappare con precisione la posizione e il tempo di origine del nostro sistema solare in modo universale e robusto, comprensibile per eventuali civiltà aliene avanzate.

Una specie dotata di speranza

Il progetto potrebbe sembrare un esempio di ottimismo straordinariamente idealistico, data l’enorme improbabilità che qualcuno riesca davvero a intercettarlo nello spazio infinito e a decifrarne il contenuto grazie alla tecnologia e alla consapevolezza necessarie. Tuttavia, l’obiettivo di Sagan era in realtà più profondo e carico di significato. Voleva rappresentare il meglio dell’umanità e riaffermare l’importanza di condividere il nostro fragile e improbabile pianeta. Per Sagan, il Golden Record era una prova che siamo «una specie dotata di speranza, perseveranza, intelligenza, generosità e un entusiasmo concreto per entrare in connessione con il cosmo», un messaggio di cui l’umanità, nel pieno della Guerra fredda, al momento del lancio della Voyager 1, aveva più bisogno che mai rispetto a qualsiasi ipotetica civiltà aliena.

Sul disco è inciso anche un saluto intriso di speranza, pronunciato dall’allora presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter:

Oggi è difficile immaginare la creazione di un progetto altrettanto romantico, ma se Carl Sagan fosse ancora qui, probabilmente risponderebbe con le parole immaginate dall’artista Penny Lane nel suo cortometraggio The Voyagers, ispirato a questa storia e liberamente disponibile su YouTube: «Sapete una cosa? Mille miliardi di anni sono davvero un periodo lunghissimo. Nessuno può sapere cosa accadrà. Perché non provarci? Perché non puntare a qualcosa di straordinario? Non c’è modo di prevenire ciò che non possiamo comprendere, né di prevedere i dolori da cui stiamo cercando di proteggerci. Dobbiamo conoscere per poter amare, dobbiamo rischiare tutto, dobbiamo aprirci al contatto: anche di fronte alla possibilità di un disastro».

Questa è una versione abbreviata dell’Avviso ai Naviganti, la newsletter settimanale di Massimo Polidoro, a cui ci si può iscrivere gratuitamente a questo link per riceverla ogni domenica mattina alle 8.30.

Massimo Polidoro

Massimo Polidoro

Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.