A Peccioli una discarica è diventata il motore di un museo a cielo aperto e di nuovi servizi per il territorio. La sua storia mostra che, per accogliere un’infrastruttura necessaria, conta anche chi partecipa alle decisioni e come vengono distribuiti costi e benefici
StevanZZ - iStock
Le storie più belle spesso iniziano con una battuta di arresto. Mentre il mio sguardo corre sulle colline della Valdera, e inciampa, interdetto, sulle pareti e i silos colorati a firma di David Tremlett, artista famoso per i suoi murales, penso che questo sia proprio uno di quei casi. Di fronte a me, un mezzo busto in polistirene e poliuretano espanso di quasi nove metri emerge dal suolo e afferra il terreno sotto di lui. «È un simbolo di rinascita», spiega Arianna Merlini, direttrice generale di Belvedere S.p.A., la società che gestisce l’impianto di trattamento e smaltimento rifiuti di Legoli.
A ben vedere, questa è proprio una storia di rinascita. Ci troviamo a Peccioli, in provincia di Pisa, in un luogo che avrebbe dovuto essere chiuso nel 1988. Poi il Comune ha deciso di fare una scommessa e di trasformare una discarica mal gestita nel centro di un insolito modello di rigenerazione territoriale: intorno all’impianto sono cresciuti, negli anni, una società partecipata, investimenti pubblici, opere d’arte, attività culturali e sportive.
Uno dei 'Giganti di Peccioli', cinque sculture colossali realizzate dal laboratorio Naturaliter e nate dal progetto d'arte contemporanea 'Presenze': rappresentano figure umane che sembrano emergere o sprofondare nella terra e negli edifici, a simboleggiare la rinascita e il legame tra uomo e ambiente.
Il risultato si discosta molto dall’immaginario collettivo di un’area che circonda una discarica. Al posto di cumuli di rifiuti sorvolati da gabbiani, troviamo un museo a cielo aperto che accoglie decine di migliaia di turisti all’anno. Dietro a uno spazio tanto inaspettato, c’è quello che chiamano “Sistema Peccioli”, un modello costruito nel tempo intorno alla collaborazione tra Comune, Belvedere S.p.A. e Fondazione Peccioliper.
«A far funzionare il modello è la scelta ben precisa di condividere la proprietà dell’impianto», ci spiega Natalia Marzia Gusmerotti, professoressa associata al dipartimento di management e diritto dell’Università di Roma Tor Vergata. Infatti, parte delle quote della Belvedere S.p.A., il motore economico dell’ingranaggio, appartiene al Comune, alla Fondazione e a più di 900 piccoli azionisti, per lo più residenti di Peccioli. «Il sistema funziona perché tutti questi attori sono tenuti insieme da una regola semplice e coerente nel tempo: la rendita dell’impianto viene reinvestita nel territorio. Con queste risorse il Comune ha realizzato beni e servizi di cui beneficiano tutti. È questo, più del dividendo, a spiegare un consenso duraturo», sottolinea Gusmerotti. Ed è proprio a partire da questo consenso allargato che l’esperienza di Peccioli consente di aprire lo sguardo oltre i confini della Valdera. Perché questo sistema genera valore rassicurando chi, comprensibilmente, si spaventa di fronte alla realizzazione di una discarica che accoglie rifiuti, li tratta e li trasforma. Un’infrastruttura di questo tipo, infatti, non è sempre benvoluta vicino a casa, anche quando sappiamo essere necessaria.
Si chiama effetto NIMBY, Not In My Back Yard, un acronimo inglese che gioca sulle distanze per raccontare la contraddizione di chi desidera un certo tipo di sviluppo, a patto che i costi necessari per realizzarlo siano distribuiti lontano dal “proprio cortile”. È una delle questioni cardine della transizione ecologica: non importa solo quali infrastrutture costruire o quali tecnologie implementare, ma a quali condizioni i territori sono disposti ad accoglierle.
La contestazione all’installazione di nuovi impianti è stata spesso associata a egoismo o irrazionalità. In realtà il quadro delle motivazioni delle proteste è molto più articolato: gli studi recenti condotti sugli impianti energetici e di trattamento dei rifiuti mostrano che l’accettazione di un’infrastruttura non dipende soltanto da interessi individuali, ma si lega a un tema di giustizia percepita e di fiducia negli attori che quel processo governano.
A monte di un beneficio collettivo, infatti, spesso gli impatti sono molto localizzati, ricadono cioè su una minoranza delle persone e su una ridotta porzione di territorio. E una parte del conflitto nasce proprio da qui: da come questi impatti sono distribuiti, da chi è chiamato a sostenerli e da quanto quella comunità percepisca di avere voce nel processo decisionale. Perché informare, consultare, compensare e rendere partecipi non sono sinonimi: la differenza sta nella possibilità concreta di modificare almeno una parte delle scelte, ci ricorda Gusmerotti.
È cruciale, meglio ribadirlo, anche quanto valore torna al territorio e come viene distribuito. «Parlerei di valore sostenibile, cioè economico, ambientale e sociale insieme», specifica Gusmerotti. «E lo misurerei non solo come performance raggiunta, ma come impatto: quali effetti concreti ha prodotto quel valore, e per chi».
Se vogliamo capire se un’infrastruttura abbia prodotto un beneficio collettivo, dobbiamo poterlo dimostrare con dati pubblici, indicatori sociali e ambientali, confrontati nel tempo da valutatori indipendenti. «È una questione di giustizia sociale e ambientale, oltre che di efficacia», sottolinea Gusmerotti.
La scommessa di Peccioli, iniziata quasi trent’anni fa, potrebbe allora non essere ancora conclusa. Una volta generato valore, la sfida più difficile sarà capire dove quel valore arriva, chi ne beneficia e quali effetti produce nel tempo. Dentro e fuori il nostro cortile.
Per salvare articoli, video e podcast tra i tuoi preferiti devi avere un account abbonato.
Accedi (o registrati) e attiva l'abbonamento per sbloccare questa funzione.