Un mago getta in aria l’estremità di una corda e questa si innalza verso il cielo fino ad assumere una posizione completamente verticale. Poi un bambino si arrampica sulla corda, fino in cima e scompare. Il mago ordina al ragazzino di scendere, ma non ottiene alcuna risposta. Allora, sale lui stesso sulla corda armato di pugnale e poi scompare a sua volta. Dopo pochi istanti, dall’alto cadono pezzi di cadavere. Il mago ridiscende, ritira la corda, copre i macabri resti con un telo e, come per incanto, da sotto il telo riappare il bambino, più vivo che mai.
«È un numero straordinario» dice Peter Lamont, storico della magia, ricercatore all’Università di Edimburgo e autore di un approfondito studio sul fenomeno. «Peccato solo che non sia vero. La prima volta che se ne scrive, infatti, è nel 1890, su un quotidiano americano, il Chicago Tribune. Prima di allora nessuno aveva mai sentito parlare del “gioco della corda indiana”. L’autore dell’articolo, John Elbert Wilkie, avrebbe in seguito rivelato che si era trattato di una di quelle bufale giornalistiche con cui si cerca di riempire i giornali in estate. Quello che Wilkie non si aspettava era che quell’antica fake news diventasse tanto popolare».
L’articolo del Tribune, infatti, fu ripreso da tanti altri giornali americani e stranieri, mentre la smentita, pubblicata dallo stesso giornale quattro mesi più tardi, fu ignorata. Wilkie aveva firmato il pezzo con lo pseudonimo “Fred S. Ellmore” (un gioco di parole sull’inglese sell more, “vendere di più”) e di lì a pochi anni avrebbe intrapreso tutt’altra carriera: dal 1898 al 1911 avrebbe diretto i Servizi Segreti degli Stati Uniti. Nel 1904, si fece avanti il primo “testimone” che sosteneva di avere osservato di persona il trucco della corda indiana. Si chiamava S. T. Burchett ma, interrogato dagli studiosi dell’inglese Society for Psychical Research, si rivelò un individuo dalla fantasia fin troppo fervida. L’ennesimo esempio, dissero gli studiosi, «dell’inaffidabilità della memoria riguardo a episodi di questo genere».
Ipnosi di massa
«Il fascino di questa leggenda, che dipingeva un’India ignota e misteriosa, proprio come la cultura occidentale e coloniale dell’epoca la voleva vedere, divenne così grande da non volersene più andare» spiega Lamont. «Alcuni cercarono di spiegare il gioco della corda sostenendo che si trattava di un fenomeno di “ipnosi di massa”. In altre parole, il mago ipnotizzava tutto il pubblico facendogli credere di vedere qualcosa che non c’era. Era una spiegazione più difficile da credere del numero stesso, anche perché iniziarono a comparire le prime fotografie, che sembravano così smentire l’ipotesi di una suggestione».