Per quasi un secolo li abbiamo cercati a occhio nudo. Poi, nel 2024, è bastato insegnare a una macchina a guardare al posto nostro.
Un gruppo di ricerca guidato dall’archeologo Masato Sakai, dell’Università di Yamagata, in collaborazione con i laboratori di IBM, ha addestrato un sistema di intelligenza artificiale a riconoscere nelle fotografie aeree i celebri disegni tracciati nel deserto di Nasca, in Perù: sagome spesso larghe pochi metri e così sbiadite da confondersi con il terreno. L’intelligenza artificiale segnalava i candidati, gli archeologi li verificavano sul campo. In appena sei mesi sono emerse 303 nuove figure: quasi il doppio delle circa 430 raccolte in quasi un secolo di ricerche. Tra queste, un’orca lunga una ventina di metri che stringe un coltello. E il sistema ne ha già individuate altre, in attesa di conferma.
È una scoperta che, più che aggiungere un mistero, ne ridimensiona uno antico. La storia che quelle figure raccontano, a lungo attribuite persino agli extraterrestri, è molto più terrena e, se possibile, ancora più affascinante.
Nella pianura alluvionale della Pampa di Nasca nel Perù meridionale, tra il rio Ingenio e il rio Grande, si estende, tra le odierne città di Nasca e Palpa, una regione desertica di circa 450 chilometri quadrati. Una regione che custodisce uno dei più affascinanti misteri della storia.
Chi si trovi a sorvolare la zona, infatti, vedrà giganteschi disegni di animali tracciati nella terra, oltre a lunghe linee che corrono parallele o si intersecano. I disegni di animali sono dello stesso tipo di quelli che si trovano sul vasellame e sui frammenti di ceramica Nasca, datati tra il 500 a.C. e il 700 d.C., e che si trovano in tutta la regione. Non c’è dubbio, quindi, che siano stati disegnati dalle antiche popolazioni locali.
Il motivo per cui sono ancora al loro posto dopo più di duemila anni è presto detto. Poiché la zona è caratterizzata da un terreno sabbioso ricoperto da uno strato di materiale detritico alluvionale, per realizzarli è stato necessario rimuovere le pietre scure in superficie e portare alla luce il terreno argilloso sottostante, più chiaro. La loro resistenza, dunque, si deve al fatto che in questa zona non piove mai. Inoltre, le notti umide fanno affondare le pietre più a fondo nel terreno. Poi, durante il giorno, il sole indurisce la superficie lasciando le pietre ancora più salde nel suolo. Il vento è costante ma non può spostare le pietre.
Il mistero, però, riguarda i motivi che portarono gli antichi peruviani a realizzare quei disegni, le cui dimensioni possono variare da 30 a 300 metri.
Per qualche tempo, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, alcuni interpretarono i disegni di Nasca come piste d’atterraggio per astronavi extraterrestri e i disegni come suppliche agli “dei” spaziali, che probabilmente se ne erano andati, per incoraggiarli a tornare.
Un’ipotesi che, al di là dell’improbabilità dell’idea degli antichi astronauti, si scontra con il fatto che il terreno è troppo morbido e che le linee sono lunghissime e attraversano colline e rilievi, difficile immaginare qualunque utilità per piste d’atterraggio simili. Ammettendo pure che eventuali astronavi intergalattiche possano atterrare come normali aeroplani…
A dedicare la vita allo studio delle linee è stata una donna, la tedesca Maria Reiche, assistente dell’archeologo Paul Kosok. Insieme, i due ipotizzarono che i disegni potessero rappresentare un gigantesco calendario astronomico e, anche se tale ipotesi fu in seguito smentita da altri studi, la Reiche rimase a Nasca fino alla morte per studiare, catalogare e, soprattutto, preservare e proteggere le linee dallo sviluppo industriale nella zona e dalla presenza di turisti.
Nel 1967, l’astrofisico Gerald Hawkins esaminò al computer i dati di uno studio aereo condotto sulla piana di Nasca: risultò che la maggior parte delle linee non era in connessione con alcun evento astronomico avvenuto dal 5000 a.C. a oggi.
Ci si accorse, però, che la stratificazione e sovrapposizione dei disegni dimostrava come si potesse riconoscere un primo periodo caratterizzato da motivi antropomorfi e zoomorfi, che si ritrovano anche sulla ceramica e sui tessuti coevi: lo squalo, l’orca marina, il ragno sono tutti emblemi collegati al culto dell’acqua e della fertilità, presenti anche nelle precedenti culture di Paracas nate sulla costa dell’Oceano Pacifico. In un secondo momento, le influenze della cultura andina, che si manifesterà nella cultura Huari e poi di Tihuanaco, introducono gli ornitomorfi (condor, colibrì, airone…). Infine, le sovrapposizioni più recenti sono quelle dei grandi motivi geometrici delle linee, dei rettangoli, triangoli e trapezi.
Oggi l’ipotesi più diffusa è quella che collega i geoglifi, come vengono chiamati i disegni sulla terra, e le linee ai culti dell’acqua e della fertilità, sia per la loro iconografia che per la loro struttura. Si è infatti notato che molte linee si connettono realmente alle montagne circostanti ricche d’acqua, come l’Illa Kata e il Tunga, mentre altre segnalano i canali sotterranei dove scorre l’acqua che giunge dalla Cordigliera e che non riesce a risalire se non nelle zone più pianeggianti.
Dunque, è possibile che molti disegni furono davvero realizzati per invocare degli “dei”, ma non i fantomatici “uomini spaziali” bensì i più tradizionali dei della fertilità. Una leggenda aymara, la lingua che parlavano i popoli del Perù meridionale, racconta che il dio dell’acqua partendo dalla cima delle Ande arrivava fin sulla costa volando e portando con sé questo dono prezioso, dando la vita alla pianura. Così, per propiziarsi il dio la popolazione disegnò sulla terra delle grandi figure, soprattutto animali e uomini, in segno di offerta e in modo che il dio le potesse vedere dall’alto.
Se ancora si discute sui motivi che portarono a realizzare i disegni, più facile è stato determinare come furono creati. Agli antichi abitanti sarebbero stati sufficienti semplici strumenti, come corde e pali di legno, per realizzarli. Il primo tentativo di riprodurre le linee è del 1977, quando lo studioso peruviano Josué Lancho Rojas impiegò una decina di persone per realizzare una linea retta di 180 metri in meno di mezz’ora.
Nel 1982 il ricercatore americano Joe Nickell, mio caro amico che ci ha da poco lasciato, ha riprodotto a grandezza naturale il disegno del condor, lungo 150 metri, con l’aiuto di cinque assistenti e senza la possibilità di osservare il risultato dall’alto. Fatto un piccolo disegno che serviva da modello per quello più grande, fu tracciata una linea centrale sul modello, dal becco alla coda. Fu poi sufficiente calcolare le distanze tra la linea e i diversi punti del disegno per riprodurli dopo, in proporzione più grande, sul disegno gigante fatto a terra. Un successo moderno ma che conferma, una volta di più, come spesso si sottovalutino l’ingegno e la capacità di risolvere problemi complessi dei nostri antenati.
Le 303 figure emerse grazie all’intelligenza artificiale non hanno riportato in scena nessun “antico astronauta”: hanno fatto il contrario. Quasi tutte di piccole dimensioni, raffigurano soprattutto esseri umani e animali domestici e si dispongono lungo i sentieri consumati dal passaggio delle persone, dove chiunque camminasse poteva osservarle da vicino. Le grandi figure di animali selvatici, invece, seguono i lunghi percorsi cerimoniali. Due modi diversi di abitare lo stesso deserto: l’uno intimo e quotidiano, l’altro collettivo e rituale. Nessuna pista per astronavi, dunque, bensì il gesto di un popolo: immagini da percorrere e condividere e, forse, da offrire agli dei della pioggia e della fertilità perché le vedessero dall’alto.
Per decenni si è ripetuto che quelle figure, visibili per intero solo dall’alto, dovevano essere state pensate per occhi venuti dallo spazio. Oggi lo sguardo dall’alto ce lo offrono i nostri stessi strumenti, e ciò che rivelano è l’ingegno paziente di un popolo che, con poche corde e qualche palo di legno, sapeva trasformare un deserto in una preghiera.
Perché quasi sempre, quando cade la spiegazione fantastica, quello che resta non è meno straordinario. È solo, finalmente, vero.