Il sesto senso esiste (ma non è come crediamo)
CERVELLO

Il sesto senso esiste (ma non è come crediamo)

Non leggiamo il pensiero né prevediamo il futuro. Ma il cervello possiede percorsi nascosti che ci avvertono prima di esserne consapevoli: dall’intuito alla “vista cieca”.

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Nessuno ha mai dimostrato che sia possibile leggere il pensiero, prevedere il futuro o parlare con i defunti. Eppure l’idea che esista qualcosa di simile a un “sesto senso” non è, di per sé, una fantasia: a patto di intendersi sulle parole. Perché ciò che spesso scambiamo per un potere misterioso è, molto più probabilmente, il lavoro silenzioso del nostro cervello, che elabora informazioni senza che ne siamo consapevoli e poi ci consegna il risultato sotto forma di una sensazione.

«Magari, in alcuni casi, sarebbe meglio chiamarlo intuito», dice Richard Wiseman, psicologo all’Università dell’Hertfordshire, in Inghilterra. «Nelle mie ricerche sulla fortuna, per esempio, ho scoperto che di solito gli scalognati, a differenza dei fortunati, prendono decisioni sbagliate, o si fidano di persone false, perché non seguono l’istinto. Si è infatti scoperto che questo tipo di intuizioni derivano in gran parte dal senso di “familiarità” di qualcosa: senza rendercene conto, cioè, preferiamo sempre le cose che abbiamo visto in precedenza. Per questo quando incontriamo qualcuno, questa persona può avere un certo “non so che” che può essere positivo e suscitare simpatia, oppure negativo e suscitare quindi diffidenza».

L’intuito, in altre parole, non è un messaggio che arriva dal nulla: è il frutto di un’enorme quantità di esperienze passate che la mente ha registrato e messo da parte. Gli psicologi parlano di un sistema di pensiero rapido e automatico, che funziona al di sotto della soglia della consapevolezza e che ci permette di valutare una situazione in una frazione di secondo, prima ancora di saper spiegare perché. È lo stesso meccanismo che fa sentire a proprio agio in un luogo già visto, o che fa scattare un campanello d’allarme di fronte a una persona che "non convince", senza che si riesca a dire il motivo. Il sesto senso, insomma, lavora sulla base di ciò che già conosciamo per aiutarci a scegliere meglio. Il problema è che non sempre lo ascoltiamo: i "fortunati", secondo Wiseman, sono spesso semplicemente persone più disposte a dare retta a quei segnali.

Resta però un punto delicato, che chi studia questi fenomeni non dimentica mai: l’intuito è prezioso, ma non infallibile. Proprio perché si basa sulla familiarità e sulle scorciatoie mentali, può ingannarci, facendoci preferire ciò che somiglia a esperienze passate anche quando non è la scelta migliore. La stessa facoltà che ci protegge è quella che alimenta pregiudizi e prime impressioni sbagliate. L’intuizione, quindi, andrebbe considerata non come un oracolo, ma come un consiglio da soppesare con la ragione.

C’è poi un filone di ricerca che ha provato a cercare un “sesto senso” addirittura dentro la percezione visiva. Lo psicologo Ronald Rensink, dell’Università della British Columbia, in Canada, aveva osservato che, mostrando a dei volontari due immagini quasi identiche che si alternavano rapidamente, alcuni dichiaravano di “sentire” che qualcosa stava cambiando prima ancora di riuscire a vedere che cosa fosse. Lo aveva battezzato mindsight. L’ipotesi era suggestiva, ma la scienza, quando funziona, mette alla prova anche le idee più affascinanti: un gruppo guidato dallo psicologo Daniel Simons replicò l’esperimento e trovò una spiegazione più sobria. Chi diceva di “sentire” il cambiamento lo faceva spesso anche nelle prove in cui non c’era alcun cambiamento: con ogni probabilità, non si trattava di una percezione nuova e separata, ma semplicemente del tempo necessario a confermare qualcosa che era già stato visto. L’idea di un vero “sesto senso visivo", oggi, non è considerata dimostrata. È un buon esempio di come un risultato curioso possa evaporare sotto un controllo più rigoroso: ed è proprio questa capacità di correggersi a distinguere la scienza dalla credenza.

Esiste però un fenomeno, ben documentato, in cui davvero "vediamo senza sapere di vedere". Si chiama blindsight, o "visione cieca", e per decenni è sembrato quasi un paradosso. Riguarda persone diventate cieche non per un danno agli occhi, ma per una lesione della corteccia visiva primaria, l’area del lobo occipitale dove le immagini vengono normalmente elaborate e portate alla coscienza. Questi pazienti affermano, in tutta sincerità, di non vedere nulla. Eppure, se li si invita a “indovinare” dove si trovi un oggetto o in quale direzione si muova una luce, rispondono correttamente molto più spesso di quanto farebbe il caso. Una parte di loro, insomma, vede; solo che non lo sa.

La spiegazione sta nel fatto che la vista non segue un’unica strada. «Gli esperimenti», spiega Sergio Della Sala, neurologo e professore di Neuroscienze cognitive umane all’Università di Edimburgo, oltre che collaboratore di Lucrezio, «dimostrano che se la lesione cerebrale non ha lesionato il mesencefalo, l’immagine percorre un sentiero alternativo che parte sempre dalla retina, passa dal collicolo superiore (che si trova nel mesencefalo) e arriva alla corteccia extrastriata, una zona che circonda l’area visiva primaria». Lì l’immagine verrebbe registrata, anche se in modo non cosciente.

Le ricerche più recenti hanno confermato e ampliato questo quadro. Oggi sappiamo che il blindsight non dipende da un solo percorso nascosto, ma da una rete di circuiti che sopravvivono alla lesione: oltre alla via che passa dal collicolo superiore, entra in gioco anche il pulvinar (una stazione di smistamento del talamo) e persino l’amigdala, la struttura legata alle emozioni, che aiuta a spiegare perché alcuni pazienti "colgono" un volto spaventato senza vederlo coscientemente. Un secondo percorso, poi, collega direttamente alcune strutture profonde alle aree visive superiori, aggirando del tutto la corteccia danneggiata. Non c’è un singolo "senso nascosto", quindi, ma un intero sistema di riserva che il cervello mantiene attivo sotto la soglia della consapevolezza.

Messi insieme, l’intuito e la visione cieca raccontano la stessa, sorprendente verità: gran parte di ciò che il nostro cervello fa per noi avviene lontano dai riflettori della coscienza. Non abbiamo bisogno di poteri paranormali per spiegare quelle intuizioni improvvise, quei presentimenti che a volte si rivelano giusti. La spiegazione, semmai, è ancora più affascinante dei poteri che molti vorrebbero possedere, perché riguarda tutti noi: nella scienza il “sesto senso” non è una scorciatoia verso l’ignoto, ma una finestra su quanto, della nostra stessa mente, ci resta nascosto. E imparare a conoscerlo (sapendone riconoscere sia la forza sia i limiti) è forse il modo migliore per usarlo bene.

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Massimo Polidoro

Massimo Polidoro

Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.