Gli Stati Uniti annunciano una condanna a morte in diretta e risvegliano un istinto antico che credevamo di avere sepolto
"Il gladiatore" di Ridley Scott (2000)
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Il 3 dicembre, alle tredici, nella base militare di Fort Hood, in Texas, un plotone d’esecuzione dell’esercito degli Stati Uniti fucilerà Nidal Hasan, l’ex maggiore e psichiatra militare che il 5 novembre 2009, in quella stessa base, esplose oltre cento colpi uccidendo tredici persone e ferendone più di trenta. Una corte marziale lo condannò a morte nel 2013. Fin qui, per quanto terribile, è cronaca giudiziaria.
La notizia è un’altra. L’ex conduttore televisivo, e oggi Segretario alla Guerra, Pete Hegseth (il fatto che così si chiami oggi quello che fino a ieri era il ministro della Difesa dice già molte cose) ha annunciato giovedì, in un’intervista alla rete di estrema destra Real America’s Voice, che l’esecuzione sarà pubblica. «Faremo in modo che la gente possa vederlo. Che sia pubblico», ha detto. E ancora: «Avrà un plotone d’esecuzione di soldati. Com’è giusto che sia»; «la gente deve capire che per certe cose ci sono conseguenze serie». Il Pentagono ha confermato che l’esecuzione sarà trasmessa in diretta streaming: non si sa ancora su quale piattaforma. Il piano, raccomandato da Hegseth, è stato approvato dal presidente Trump.
Fermiamoci un istante sui numeri, perché dicono quanto siamo fuori rotta. Gli Stati Uniti non eseguono una condanna a morte in ambito militare dal 1961. Non ne eseguono una per fucilazione dal 1945, quando un plotone fucilò il soldato Eddie Slovik per diserzione. E un’esecuzione pubblica, intesa come “spettacolo” offerto a una folla, non la si vede dal 1936, quando a Owensboro, in Kentucky, circa ventimila persone si radunarono per guardare l’impiccagione di Rainey Bethea. Succedeva novant’anni fa. In un colpo solo, si propone di riportare indietro le lancette di tutti e tre questi orologi.
A oggi la pena di morte è stata abolita, per legge o nei fatti, da 145 paesi, oltre due terzi del pianeta. A mantenerla resta una minoranza, poco più di una cinquantina di Stati, concentrati soprattutto in Asia e in Medio Oriente. Nel 2025 Amnesty International ha registrato almeno 2.707 esecuzioni (il numero più alto dal 1981) ma a compierle sono stati soltanto quindici paesi: Cina, Iran e Arabia Saudita, da soli, coprono oltre il 90% del totale. In Arabia Saudita si continua a decapitare con la spada, anche per reati di droga e persino per «stregoneria», con numeri da record; ma perfino lì le esecuzioni non sono più pubbliche: la piazza di Riad tristemente nota come «Chop Chop Square» non ne ospita una dal 2019.
Fonte: Amnesty International
Il caso più opaco resta la Cina, dove le esecuzioni (stimate in migliaia ogni anno) sono protette dal segreto di Stato, al punto da non entrare nemmeno nei conteggi. Quanto alle esecuzioni pubbliche, quelle a cui può assistere una folla, nel 2024 ne sono state documentate in appena due paesi al mondo: l’Afghanistan e l’Iran, dove si continua a giustiziare in piazza, spesso davanti a migliaia di persone.
È in questo quadro, un mondo che, pur lentamente e tra mille contraddizioni, aveva fatto dell’esecuzione un atto sempre più raro e sempre più sottratto allo sguardo del pubblico, che la proposta di Hegseth stona in modo stridente.
Naturale pensare che questa sia la prova di una decadenza morale ormai inarrestabile. Ma sarebbe una lettura comoda e forse un po’ pigra. Perché la verità è certamente più scomoda, ma anche più interessante perché ci dice molto di noi.
Una lunga, macabra storia
Siamo davvero convinti che noialtri, cittadine e cittadini del XXI secolo, siamo diventati tanto più civili degli antichi Romani, che le loro condanne a morte le mettevano in scena a mezzogiorno, nel Colosseo, di fronte a decine di migliaia di persone urlanti?
“L'ultima preghiera dei martiri cristiani"realizzato dal pittore francese Jean-Léon Gérôme tra il 1863 e il 1883 (Walter Arts Museum)
Il Colosseo cadde in rovina insieme all’Impero romano, ma le esecuzioni pubbliche non sono mai scomparse. Dopo la caduta di Roma, nel 476 d.C., sono proseguite per tutto il Medioevo e sono arrivate fino a noi, tollerate da papi, re e governanti di ogni tipo. Si dava notizia che un’esecuzione si sarebbe svolta nella tal piazza, e in poche ore si raccoglievano folle di curiosi attratte dal macabro spettacolo.
Leonardo da Vinci, "Impiccagione di Bernardo Baroncelli", bozzetto a penna e inchiostro su carta del 29 dicembre 1479, Museo Bonnat, Bayonne.
Persino Leonardo da Vinci, a Firenze, ritrae il cadavere di Bernardo Bandini appena impiccato per la Congiura dei Pazzi (probabilmente immaginando - o sperando - che qualcuno avrebbe potuto chiedergli di rappresentare in un dipinto quell’esecuzione esemplare). Ciò che cambia, al massimo, sono le tecniche con cui si dà la morte.
Il mondo cristiano usava il rogo per l’eresia (vi finirono Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dei Cavalieri Templarei, Giovanna d’Arco, Giordano Bruno) e poi arse vive, sempre in pubblico, un numero incalcolabile di presunte streghe. La Rivoluzione francese radunava le folle attorno alla ghigliottina, per i sovrani deposti Luigi XVI e Maria Antonietta come per le circa ventimila persone condannate dal Terrore.
Negli Stati Uniti, dopo la Guerra Civile e con l’abolizione della schiavitù nel 1865, prende piede il linciaggio, una forma di condanna spontanea in cui gruppi di cittadini, spesso con il coinvolgimento della setta razzista nota come Ku Klux Klan, che si ritengono vittime di reato, impiccano il presunto colpevole, quasi sempre una persona di colore, senza nessun processo. E poiché la fotografia era già stata inventata, restano le immagini sconvolgenti (scattate fino agli anni Sessanta del Novecento) di folle di persone “per bene”, minori compresi, che sorridono in posa accanto ai corpi impiccati e martoriati delle loro vittime.
Il linciaggio dell’afroamericano William “Froggie” James, avvenuto a Cairo, nell’Illinois, l’11 novembre 1909. Una folla di migliaia di persone assistette all’uccisione (Fonte: Wikipedia).
E però qualcosa, nel frattempo, era accaduto. La Francia smette di giustiziare in piazza ben prima di abolire la pena di morte, che resta in vigore fino al 1981. L’Inghilterra pone fine alle impiccagioni pubbliche. Gli Stati Uniti spostano le esecuzioni dietro le mura delle prigioni, lontano dagli occhi. Il movimento della civiltà, insomma, non ha portato alla fine delle uccisioni, ma è riuscito almeno a suscitare la vergogna di chi voleva offrirle come spettacolo. Nascondere il patibolo è stato il primo passo, lento e incompiuto, per riconoscere che in quella scena c’era qualcosa di cui bisognava vergognarsi.
Perchè la morte (altrui) ci attrae?
Il gusto del macabro, intanto, non è morto affatto. Si è solo travestito. «Come i Romani siamo ancora una volta divenuti una civiltà spettatrice», scriveva lo studioso inglese John Pearson già nel 1975. «Come loro, siamo ossessionati dagli avvenimenti sportivi, dai culti della personalità e dalle religioni messianiche. Abbiamo i nostri periodi di isterismo nazionale. Nutriamo persino il loro stesso interesse per la morte violenta, tranne che, cresciuti in modo più schizzinoso, la osserviamo come immagine cinematografica o televisiva o nei romanzi».
Pearson non aveva ancora visto i videogiochi in cui si uccide in prima persona, né i social dove un video di morte violenta diventa virale in poche ore, né il fiorire della cronaca nera e del true crime come intrattenimento di massa. Si è stimato che, entro i diciotto anni di vita, si assista ad almeno duecentomila atti di violenza soltanto guardando la televisione. Lo spettacolo non è sparito: è entrato nelle case, su schermi sempre più piccoli e sempre più personali.
Si è stimato che, entro i diciotto anni di vita, si assista ad almeno duecentomila atti di violenza soltanto guardando la televisione.
Perché ci attrae tanto? Non è solo morbosità. Entra in gioco quella che si potrebbe chiamare la fenomenologia del sopravvissuto, che il premio Nobel Elias Canetti descrive così: «Il terrore suscitato dalla vista di un morto si risolve poi in soddisfazione, perché chi guarda non è lui stesso morto. Il morto giace, il sopravvissuto gli sta ritto innanzi». Guardare la morte altrui, da una distanza sicura, ci rassicura di essere ancora vivi. È un meccanismo antico, potente, probabilmente impossibile da eliminare.
Ecco perché la notizia dal Texas non è più solo un semplice fatto di cronaca ma diventa un segnale. Perché per secoli la direzione, faticosa e imperfetta, era stata una sola: togliere la morte dalla piazza. Quello che Hegseth propone è l’esatto contrario, e per di più rivendicato come fosse un merito: rimettere l’esecuzione sotto gli occhi di tutti, trasformarla di nuovo in spettacolo, «perché la gente veda».
A sorprendere non è tanto la tecnica, il plotone, la fucilazione, ma la regia. Il macabro non si limita più a travestirsi da fiction, da videogioco, da clip virale: si toglie la maschera e torna a reclamare il suo posto sul palco. In streaming, stavolta. E, c’è da scommetterci, con dati di ascolto da record.
Una conseguenza prevedibile
Dunque, non è soltanto la prova di una decadenza morale. Forse anche quella. Ma è soprattutto la prova di qualcosa di più preciso. Il gusto per la morte sotto forma di spettacolo non è un difetto che certe epoche hanno e altre no. È una costante della natura umana, come il bisogno catartico descritto da Canetti. Non se ne va da solo.
L’unica cosa che, nella storia, lo ha davvero tenuto a bada è la cultura: la lenta costruzione di un sapere (storico, giuridico, scientifico) che ci ha insegnato a riconoscere quell’istinto, a diffidarne e a vergognarcene. Le esecuzioni non sono uscite dalle piazze perché l’essere umano era diventato buono, ma perché abbastanza conoscenza, e abbastanza idea di dignità, si erano accumulate da rendere quello spettacolo intollerabile.
Ne deriva una conseguenza scomoda. Dove quella cultura arretra, l’arena riapre. E un’amministrazione che tratta la cultura, la conoscenza e, soprattutto, la scienza come nemici da tagliare, delegittimare, deridere, è esattamente il terreno in cui l’arena riapre. Non dovremmo stupirci: è nell’ordine delle cose. «Chi sceglie il male lo fa per ignoranza», diceva Socrate. Nessuno fa il male se non è convinto, nella propria ignoranza, di fare la cosa giusta. «Com’è giusto che sia», per citare il Segretario alla Guerra.
Il Colosseo non è stato sconfitto da un istinto migliore. È stato sconfitto dalla conoscenza. Toglietela, e il Colosseo ritorna. Questa volta, con il tasto «condividi».
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Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.
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