Costruiamo legami contro un mondo di solitudini
FILOSOFIA

Costruiamo legami contro un mondo di solitudini

Schermi, chatbot, polarizzazione e relazioni sempre più fragili stanno cambiando il modo in cui entriamo in contatto gli uni con gli altri. Nel suo nuovo libro, Adam Grant ci avverte: il nostro potenziale non si realizza soltanto dentro di noi, ma anche nello spazio che riusciamo a creare tra noi e le altre persone

Deagreez - iStock

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È con piacere che pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Adam Grant, Vibe. I segreti dei legami forti in un mondo solitario (Egea), in tutte le librerie.

Si tratta di un’esplorazione basata sulle evidenze scientifiche di come coltivare relazioni significative in un mondo che ci rende sempre più isolati. Vibe ci mostra che la somiglianza non è necessaria per la solidarietà, che l’intesa non sempre nasce rapidamente e che la vicinanza non richiede sempre tempo.

In Vibe incontreremo un equipaggio di astronauti che ha imparato a fidarsi di persone che non si piacciono; gli attori di una troupe comica che giurano che prendersi del tempo separati sia la chiave per restare uniti; una band che si è avvicinata imparando a litigare di più; un giornalista che ha organizzato un incontro che ha portato a settantotto matrimoni.

Tutto per arrivare a scoprire qualcosa che oggi diventa sempre più urgente: la chiave per creare relazioni più profonde e comunità più unite.

Sono uno che ama le persone, ma per molto tempo ho fatto fatica a entrare in relazione con loro.

In terza media, un giorno mi vidi con il mio gruppo di amici per andare a giocare a basket nella palestra del quartiere. Avevo messo da parte i soldi per comprarmi un pallone nuovo – il modello ufficiale dell’NBA. Non vedevo l’ora di portarlo alla partita, ma quando finimmo di giocare era sparito. Qualche settimana dopo scoprii che a rubarmelo era stato uno dei miei «amici» e che tutti gli altri lo sapevano ma avevano pensato bene di non dirmelo. Ci rimasi malissimo. Il ladro era il mio amico più caro – eravamo nati nella stessa sala parto dello stesso ospedale, a due giorni di distanza. Ero stato io a presentarlo al resto del gruppo. Eravamo inseparabili fin dall’asilo. O almeno così credevo. Il primo giorno di liceo mi erano rimasti in tutto due amici.

In realtà, una delle poche cose che avevamo in comune era il fatto di non avere molti altri amici. Mi misi alla ricerca dei miei «tipi», ma non avevo idea di dove cercarli e di certo non avevo l’impressione che loro si dessero più di tanto da fare per cercare me. La conversazione tipo era più o meno la seguente:

Io: Furore è stato il libro più brutto che abbia mai letto.

Compagno del corso di letteratura: Ah, meno male che non l’ho letto allora.

Io: Hai visto Friends ieri sera?

Lui: Sì, è stato divertente.

[fine della conversazione]

Dopo qualche mese smisi di cercare e mi accontentai del mio ruolo di nicchia: tuffatore nella squadra di nuoto del liceo. Non uscivo spesso con i miei nuovi compagni di squadra, ma perlomeno avevo trovato un posto dove stare. All’università, però, le cose dovevano necessariamente andare meglio: è lì che, almeno in teoria, si stringono le amicizie destinate a durare una vita. Lasciai il Michigan e attraversai mezzo Paese per ricominciare da capo. Ero ottimista: il bacino di persone era molto più ampio e tutti sembravano desiderosi di fare nuove conoscenze. Feci tutto come da manuale. Partecipa alle attività. Conosci persone nuove. Buttati. Sembrava funzionare. Misi insieme una bella lista di conoscenti. Ma quando arrivò il momento di trovare dei coinquilini per l’anno successivo, la maggior parte delle persone si mostrò evasiva. Mi resi conto che avevo fatto pochissime amicizie vere.

Continuai a provarci. Mi dilettavo nei giochi di prestigio e iniziai a esibirmi per le associazioni studentesche, ma finito il mio numero l’entusiasmo del pubblico svaniva. Provai anche ad andare alle feste, ma ero troppo impacciato per ballare, la musica veniva sparata a volume così alto da impedire qualsiasi conversazione minimamente interessante e le uniche persone che riuscivo a sentire erano quelle che ti si piazzano a pochi centimetri dalla faccia, ti bloccano in un angolo e ti prosciugano tutte le energie. Preferivo passare il tempo nel mio dormitorio con i miei amici Joey e Chandler. Purtroppo non cercavano un altro coinquilino (anche perché vivevano dentro una serie TV).

Dopo il primo anno andai a vivere con due ragazzi del Michigan che avevo conosciuto prima di iniziare l’università. Alla fine riuscii a convincerli che invece di andare a feste a base di alcol avremmo dovuto organizzare serate dedicate ai giochi da tavolo. Quegli incontri attiravano come una calamita gli altri nerd del dormitorio, che accorrevano a fiotti per sfidarsi in quiz e anagrammi. Ci divertivamo ma non riuscivamo a creare legami che andassero oltre la fine del semestre. Continuavo a chiedermi: è davvero tutto qui? Pensavo che le mie difficoltà nel legare con le persone fossero dovute al fatto che sono timido e introverso. Non sono asociale – semplicemente preferisco la tranquillità.

Poi capii che stavo sbagliando tutto.

Nel secondo semestre del terzo anno finii quasi per caso in un corso di psicologia della personalità. Dopo la prima lezione ero così assorto nella conversazione con alcuni compagni d’aula che arrivai in ritardo alla lezione successiva. Ben presto iniziammo a organizzare cene che si protraevano ben oltre la mezzanotte e a perderci in riflessioni sul senso della vita. E non succedeva solo con quel gruppo: ogni settimana mi sedevo accanto a persone diverse e andavo d’accordo con quasi tutti quelli che avevo intorno. Finalmente era scattato qualcosa. Catalizzatore fu il nostro eccentrico professore canadese, Brian Little. Era così introverso che, finite le lezioni, schizzava fuori dall’aula per ricaricare le batterie nascondendosi in una toilette. Eppure il suo modo di interagire con noi era contagioso. Seguire il suo corso era come entrare a far parte di una società segreta e cambiò il modo in cui parlavamo tra noi: con i compagni di quel corso finii per avere più conversazioni profonde di quante ne abbia poi avute durante il resto dell’università. E con molti di loro sono ancora amico.

Non riuscivo a smettere di chiedermi perché quelle interazioni fossero così diverse. Conclusi il corso con una missione: ricostruire a ritroso quel meccanismo e capire come promuovere quel tipo di connessione. Dovevo assolutamente capire come fanno le persone a entrare in sintonia.

Spesso attribuiamo un’energia positiva a una persona o a un luogo. Mi piace l’energia che trasmette quella persona. Questa stanza emana vibrazioni positive. Ma l’energia, le vibrazioni, non esistono di per sé. Prendono vita nelle nostre interazioni. L’energia è la qualità del legame tra le persone. Gli anglofoni parlano di vibe, una parola che deriva dal latino vibratio, «vibrazione». Quando c’è vibrazione siamo in sintonia. È molto più di una semplice sensazione: i neuroscienziati possono rilevare la sincronizzazione tra le nostre onde cerebrali e il nostro battito cardiaco. Le conversazioni pulsano di energia. I pensieri prendono il volo. La fiducia cresce. Il tempo vola. Il risultato è qualcosa di più della reciproca attrazione: è una trasformazione reciproca.

Quando non riusciamo a entrare in sintonia, commettiamo errori. Gli studi dimostrano che i golfisti professionisti sbagliano più putt quando sono abbinati a giocatori che non condividono le loro idee politiche. I piloti commettono più errori potenzialmente catastrofici quando non hanno mai volato insieme. E i chirurghi fanno registrare tassi di mortalità dei pazienti più elevati quando operano con équipe nuove. Quando la posta in gioco è alta, entrare in sintonia può diventare una questione di vita o di morte. E può decidere se due Paesi finiranno per farsi guerra o riusciranno a costruire la pace.

Una forte sintonia alimenta la felicità e il successo. È l’ingrediente principale dei momenti più memorabili che viviamo in famiglia e delle serate più piacevoli che trascorriamo con gli amici. Ci protegge dagli effetti dello stress: alcuni studi dimostrano addirittura che quando abbiamo accanto un amico una salita ci sembra meno ripida. Entrare in sintonia con gli altri tira fuori il meglio di noi e stimola le nostre scoperte più importanti, permettendoci di realizzare insieme ciò che non possiamo fare da soli. L’intesa tra compagni di scuola ha dato vita alle sonorità sublimi di Simon & Garfunkel, al genio comico di Tina Fey e Amy Poehler e all’eleganza tecnica del computer Apple. La sintonia tra fratelli ci ha dato la Mayo Clinic che ha salvato innumerevoli vite, i folgoranti film Matrix e il volo pionieristico di Kitty Hawk. L’unione d’intenti dei Padri fondatori diede all’America la Dichiarazione d’Indipendenza. La collaborazione tra coppie di scienziati ha favorito lo sviluppo delle terapie per il diabete e la scoperta della radioattività. Tra Marie e Pierre Curie la «chimica» non fu solo metaforica.

A volte la sintonia nasce all’istante, senza alcuno sforzo. Ci sediamo accanto a qualcuno sull’autobus e nel giro di pochi minuti ci sembra di conoscerlo da una vita. Traslochiamo in una nuova casa e ci sentiamo subito a nostro agio con i nuovi vicini. Usciamo da una cena e ci accorgiamo che già ci mancano persone che fino a poche ore prima erano perfetti sconosciuti.

Altre volte, invece, per quanti sforzi facciamo non riusciamo a stabilire la benché minima relazione. È uno dei grandi misteri della vita sociale: se a volte riusciamo a entrare spontaneamente in sintonia con alcune persone, perché non riusciamo a farlo intenzionalmente, più spesso e con più persone?

Le connessioni umane rappresentano una delle sfide più complesse del nostro tempo.

© 2026 by Adam Grant

Il nuovo libro di Adam Grant si intitola Vibe. I segreti dei legami forti in un mondo solitario (Egea)* e lo trovate in tutte le librerie italiane. Traduzione di Marianna Grimaldi.

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Adam Grant

Adam Grant

Psicologo delle organizzazioni presso la Wharton School, è autore di libri che hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo. L'ultimo si intitola Vibe (2026).